Perché fanno così? Se lo chiede una bambina che non ha ancora 4 anni, e che i DIGOS vedono bene, quando inizia il lancio di lacrimogeni in risposta ad una battitura…
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26 luglio, la marcia è stata pacifica, come promesso. Centinaia di no tav hanno ripercorso quei sentieri, alcune decine di over 50 hanno deciso di “resistere” e di passare la notte in Clarea, circondati dalle forze dell’ordine.

Nel campeggio di fronte alla centrale, a Chiomonte, centinaia di persone restano per la serata, pizza, panzerotti, concerti. L’atmosfera è conviviale, quando arriva la notizia del fermo di Turi è accompagnata da una sua risoluzione, tanto che si attende la conferma e la battitura viene fatta non come reazione, ma come segnale corale di volontà di resistere, ancora e ancora.

Io sono sul ponte, lo stesso ponte sul quale mi trovavo con Alessandro quando il 24 luglio del 2011 gli spararono in faccia un lacrimogeno, causandogli 17 fratture al volto. Lo stesso ponte e ancora una volta una sonora battitura. Vedo l’idrante avvicinarsi al cancello e un attimo dopo aprire il getto sui manifestanti, che resistono. Sul muretto, in quello che chiamiamo “pollaio”, una scena surreale: alcuni agenti tentano di salire ma con qualche difficoltà, chi si attacca al collega, chi sembra scivolare e cadere. Saranno questi i feriti dei quali parlano i giornali il giorno dopo? Non mancano i cameramen della scientifica, pronti a filmare la scena, non so se quella presente o quella che verrà e per la quale hanno in qualche modo predisposto la regia.
Il getto d’acqua non basta, la battitura continua. Non vedo bene, a causa dell’idrante, ma ad un tratto il mio sguardo verso l’alto incrocia alcuni lacrimogeni, li stanno lanciando verso la salita, la strada per Exilles. E l’idrante continua ad annaffiarci.
Poi altri lacrimogeni, questa volta verso il campeggio. RITORSIONE? Come facevano quell’estate del 2011, ogni volta che si iniziava una battitura del guard rail… partivano i lacrimogeni verso il campeggio.
Si resiste, ancora. E allora passano all’ultima fase: ed ecco i lacrimogeni lanciati ad altezza uomo, verso chi era ancora sul ponte.

Una reazione spropositata rispetto all’azione che non aveva nulla di “pericoloso” . Era una battitura, un suono, niente di più. Le pietre tenute nella mano erano usate per battere sul guard rail.
Ecco la testimonianza di un amico, Andrea, che era al campeggio con la sua famiglia (ometto i nomi perché in passato alcuni genitori che hanno partecipato alle manifestazioni con figli minorenni sono poi stati attenzionati dai servizi sociali o direttamente dal tribunale dei minori):

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<<Tra preparativi di pizza, panzerotti, commenti sulla marcia, ritrovo di amici di sempre, passano le ore del tardo pomeriggio e della sera in allegria, al Gravela a Chimonte, con C. e L., la piccola che già a sei mesi frequentava la baita. Abbiamo deciso di portarla con noi e lei non perde l’occasione di divertirsi con i numerosi bambini di diverse nazionalità presenti sui prati e sulle sponde del Dora.
Arrivano le news dalla Clarea, dai compagni che si sono fermati a presidiare il ponte su cui siamo tornati dopo mesi. (…)
Organizziamo del cibo da portare ai compagni in Clarea: panzerotti, pizze a lungo presidiate per salvarle alla fame collettiva (!) e vini. Non posso, con mio rammarico, venire di persona in Clarea a portare i viveri, di cui mi ero incaricato del reperimento, perché C. con L. non si sarebbero potute poi muovere con lo Scudo che è grosso e ingombrante, e non sapevo quando saremmo rientrati.
Restiamo e aggiorniamo sulla situazione in Clarea e sul fermo di Turi e gli animi si scaldano un po’, ma si decide di rimandare comunque la battitura. Non è infatti vero, come letto su molti siti, anche notav, che alla notizia sia partita la battitura. Anzi, abbiamo perfino dato la notizia della liberazione e della possibile “consegna” a Chiomonte, PRIMA che iniziasse la battitura.
Battitura leggera.
L., che non ha ancora 4 anni, divertita dal suono ritmico prende una piccola pietra e batte sul cancello prima e sul guardrail dopo. Tutto sotto l’occhio implacabile di digos, carabinieri e poliziotti.
LA VEDONO benissimo. SANNO che è sotto. Sanno che è in prossimità del guard rail. La filmano.
Sanno che ci sono altri bimbi accorsi con i genitori sul ponte. LI VEDONO.
Parte un petardo che non riesce neanche ad arrivare in cima al muraglione del pollaio alla sinistra del cancello. Un piccolo botto che non spaventa la piccola.
Con L. siamo comunque tranquilli, ma ci spostiamo di qualche metro lungo la strada provinciale. Vediamo vicino a noi del fumo.
Penso siano fumogeni dei nostri o petardi, poiché non avevo sentito il classico sibilo. Si trattava invece di lacrimogeni sparati inizialmente a carambola dall’alto. Guardiamo in alto e altri due piovono proprio nella nostra direzione. In verticale sulle nostre teste.
Chiara prende rapidamente in braccio L. che inizia a piangere. Spaventata e con le labbra che le fanno male. Corre con la piccola in braccio con dietro nuvole di gas.
Immagini da guerriglia degne di altri scenari.
Siamo imprigionati tra due nubi dense. Decidiamo di attraversarne una di corsa verso l’alto. Altri lanci. L. che piange e grida “perché ci fanno così”? “Il nostro petardo non faceva così male…”
Sta chiaramente male. Riusciamo a raggiungere lo scudo e, innestando la retromarcia, allontanarci dai gas.
L’abitacolo è parzialmente gasato. Apriamo. L. terrorizzata che chiede di richiudere, per non fare entrare altro gas. Piange a lungo. E continua a chiedere “…perché ci fanno questo?”.
Perché?
Un petardo.
Lo abbiamo visto con certezza e di preciso. Nessuna pietra sino a quel momento. Un petardo, neanche tanto fragoroso.
E L., che a 3 anni chiede “perché”.
Già.. perché una reazione del genere, quando sapevate benissimo che li sotto c’era una bimba piccola? La vedevate. E le avete sparato addosso i gas.
Merde.
Ciao
A.>>

 

Simonetta Zandiri  TGMaddalena

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