TornantiPubblichiamo un testo lungo e corposo, da Macerie.
Sebbene sia stato scritto da alcuni redattori di //Macerie e storie di Torino// non è tuttavia un testo redazionale: è stato elaborato tenendo conto di molte osservazioni, affrontando discussioni con altri compagni torinesi, accogliendo alcune critiche e respingendone altre.
Speriamo che possa essere discusso ancora e altrove, perché i problemi che pone, molti più numerosi di quelli a cui vuol rispondere, ci sembrano ambiziosi e urgenti. E non solo per la lotta contro il Tav.

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I bilanci si fanno alla fine.
Ciò che segue non è quindi un bilancio, ma sono solo delle riflessioni in ordine sparso a partire dalla solidarietà sviluppatasi attorno agli arrestati per il sabotaggio al cantiere di Chiomonte del maggio 2013.
Non ci sembra infatti sia possibile provare a tirare le somme. Non solo perché non è ancora terminata la vicenda processuale dei sette compagni arrestati, ma soprattutto perché a continuare è la lotta contro la tratta ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.
E gran parte delle iniziative e dei discorsi successivi a questi arresti hanno tentato di tenere costantemente intrecciate la difesa dei compagni in carcere e l’opposizione al Tav, nella convinzione che la migliore risposta alla repressione sia quella di non consentirle di stroncare il percorso di lotta contro cui è indirizzata l’azione dei magistrati.
A dir la loro su questi arresti, a dar vita e partecipare alle diverse iniziative di solidarietà sono stati moltissimi uomini e donne. Un evento straordinario, in senso letterale. Extraordinario perché è difficile ricordare una solidarietà con un’intensità e un’ampiezza tali. Ma letterale anche perché non si tratta di caricare questo termine con un’aura talmente positiva da porlo al di sopra di ogni critica.
L’auspicio è che queste righe possano contribuire a sottolineare ciò che si è fatto di buono ma anche le potenzialità inespresse e i limiti emersi, così da poter essere d’aiuto quando altre inchieste ed altri arresti tenteranno di ostacolare l’opposizione al Tav, o tutte le altre lotte.
Per quanto scontato, è comunque meglio ribadire che questo è un testo di alcuni compagni di Torino che hanno contribuito attivamente alla solidarietà nei confronti degli arrestati.
Un testo che quindi esprime riflessioni, tensioni e prospettive parziali, le nostre.

Prima di provare a ragionare più approfonditamente su come e quanto si sia riuscita a manifestare la propria solidarietà nei confronti dei compagni arrestati, e a rilanciare l’opposizione all’Alta Velocità, è il caso di partire da uno degli elementi che ha dato così tanto rilievo a questa inchiesta giudiziaria: l’accusa di terrorismo.

Nel tentativo di colmare una lacuna: l’articolo 270-sexies c.p.
L’articolo su cui la Procura di Torino ha tentato di poggiare la sua accusa di terrorismo contro i responsabili del sabotaggio al cantiere di Chiomonte del maggio 2013 è l’ormai sufficientemente noto 270-sexies. E più precisamente la parte di quell’articolo che definisce come terroristica la condotta volta a costringere le istituzioni a compiere o astenersi dal compiere un determinato atto. Molto è stato scritto e detto su questo punto: se i reati di terrorismo vengono definiti reati d’autore in quanto dipendono dall’identità di chi li commette più che dal gesto illegale in sé, la possibilità di poter etichettare come terrorista chiunque decida di mettere i bastoni tra le ruote ad un singolo progetto democraticamente approvato rappresenta per lo Stato un ottimo strumento per contrastare chi turba la pace sociale.
È notevole il fatto che per ricevere una etichetta simile, e gli anni di carcere che essa garantisce, ieri si dovesse essere accusati di «voler sovvertire le istituzioni democratiche», di voler far la Rivoluzione insomma, oggi invece basta, tra le altre cose, opporsi realmente alla costruzione di una ferrovia; è notevole perché sembra dirla lunga su quanto l’asticella di ciò che lo Stato è disposto a tollerare si stia notevolmente abbassando.
Ma in fondo non è questo l’aspetto più significativo del 270-sexies.
Cerchiamo di vedere cosa la legislatura in materia di terrorismo ha da dirci riguardo al mondo in cui viviamo, e in particolare riguardo alle lotte che tentano in qualche modo di scompaginarlo. Gli articoli di legge in materia di terrorismo, in uso dal 1980 e precedenti alla concezione del 270-sexies, erano pensati per far fronte a movimenti di lotta caratterizzati da un forte collante ideologico, che quindi dichiaravano esplicitamente il proprio carattere rivoluzionario. Era questo il nemico contro cui lo Stato, allora, avvertiva la necessità di dotarsi di tali strumenti repressivi.
Oggi, il nemico che il 270-sexies chiama in causa sembra invece molto diverso; diversi sembrano infatti i conflitti che caratterizzano, con ampiezza e radicalità relative, il periodo attuale.
Un rapporto del Censis di qualche anno fa sottolineava come «il malessere rimane allo stato fluido fino a che non avviene qualcosa che ne consente il coagulo intorno a fatti di elevata specificità. Fatti che possono essere molto diversi tra loro, ma che fungono da inneschi. Può essere una crisi aziendale, un progetto di trasformazione territoriale, una proposta di legge, addirittura un fatto di cronaca o una semplice dichiarazione di intenti proveniente dalla sfera pubblica».
Ci si organizza e si lotta prevalentemente per contrastare singoli progetti dello Stato – una nuova ferrovia o trivellazioni petrolifere – o per far fronte a problemi circoscritti (ancorché collettivi) – come la casa, le bollette o dei licenziamenti. Non viene messa in discussione, esplicitamente o in toto, l’esistenza dello Stato, del Capitale, della Borghesia o del Potere, a seconda delle preferenze e inclinazioni di ognuno. E tutto lascia prevedere che anche in futuro continueranno ad essere questi i tipi di movimenti e di lotte che perlopiù alimenteranno la conflittualità sociale.
Il 270-sexies è dunque servito a colmare questo vuoto legislativo.
L’inchiesta per i fatti di Chiomonte è il primo tentativo in grande stile di testarne funzionamento ed efficacia.
Non si può non riconoscere che, ancor più che in passato, in quest’occasione lo Stato ha mostrato una notevole lungimiranza, dotandosi per tempo di una serie di strumenti che potranno tornargli utili per affrontare le minacce future.
Dato a Cesare ciò che è di Cesare, è bene però sottolineare come questo primo test si sia dimostrato, per le autorità, un fallimento. Non stiamo parlando dell’aspetto strettamente processuale, dato che l’iter deve ancora concludersi. Né il campo giudiziario può costituire il terreno su cui chi lotta deve muoversi o misurare la bontà di ciò che ha fatto.

Boomerang
Chi lotta contro il Tav non si è fatto spaventare dalla portata delle accuse.
Il movimento si è anzi compattato, stringendosi attorno a chi era rinchiuso in carcere, rendendo questi arresti un’occasione per rilanciare una resistenza che non attraversava certo uno dei suoi momenti migliori. Sin da subito c’è stata una chiara consapevolezza di come la posta in gioco andasse ben oltre i confini della Valsusa e dell’opposizione al Tav. Una consapevolezza condivisa anche con altre esperienze di lotta che potrebbero essere attaccate, presto o tardi, a colpi di 270-sexies; numerosi e diversissimi sono stati i messaggi di solidarietà arrivati dai più svariati contesti ai compagni in carcere, e tanti i dibattiti e le iniziative organizzati un po’ ovunque.
Tra queste da sottolineare in particolar modo la giornata del 22 febbraio 2014, quando in più di 40 città e paesi, moltissimi uomini e donne hanno manifestato la propria solidarietà agli arrestati a partire dalle ragioni del proprio No; o quella del 10 maggio dello stesso anno, quando diverse migliaia di persone, tra cui molte non appartenenti ai tradizionali circuiti militanti, hanno attraversato in corteo il centro di Torino a pochi giorni dall’inizio del processo.
Oltre a riconoscere la posta in gioco si è anche rispedita al mittente l’accusa di terrorismo.
Non ci sono stati – cosa non da poco, specie in un movimento di solidarietà così ampio – pubblici distinguo con cui spesso, nel difendere qualcuno dall’accusa di essere un terrorista, si rimarcano prontamente le distanze tra l’accusato e qualcun altro, così da lasciar intendere in maniera più o meno esplicita che a quest’ultimo l’etichetta di terrorista non starebbe poi male.
L’accusa di terrorismo è stata rispedita al mittente dato che si è sempre affermato che terrorista è chi «devasta e militarizza i territori», una perifrasi che indica evidentemente lo Stato. Una delle poche eccezioni a riguardo è stata rappresentata da un opuscolo, intitolato Welcome to the Terrordrome, distribuito durante il corteo del 10 maggio 2014. Sebbene epurato in seguito delle parti più impresentabili, la questione è stata affrontata dai suoi autori in maniera contraddittoria e confusa, riproponendo proprio quelle immagini, quei concetti e quei ragionamenti tipici dei mass-media, che l’opuscolo intendeva esplicitamente «smontare».
Nel suo complesso, la reazione a questi arresti è stata quindi un’ottima dimostrazione di come far sì che un’inchiesta possa tramutarsi in un boomerang per chi l’ha pianificata. Un boomerang reso ancor più affilato dal fatto che sin da subito, nel difendere gli arrestati, si sia difesa senza se e senza ma anche l’azione di cui questi erano accusati: il danneggiamento tramite lancio di bottiglie molotov di alcuni mezzi del cantiere di Chiomonte. Una solidarietà indipendente quindi dalla loro innocenza o colpevolezza. O meglio, ripensando al calore e all’entusiasmo suscitati dalle dichiarazioni con cui in tribunale alcuni imputati hanno detto di aver partecipato a quel sabotaggio, una solidarietà all’insegna del: «siamo al vostro fianco se siete innocenti… e ancor più se siete colpevoli».

Una breve parentesi
Subito dopo l’azione del 13 maggio, il Movimento No Tav, attraverso alcuni suoi esponenti difende pubblicamente questo sabotaggio, dichiarando che quando, come nel caso della lotta No Tav, le si è provate un po’ tutte e non vengono lasciate altre possibilità, il sabotaggio diventa un mezzo necessario per continuare a resistere. Citando poi alcuni passi di Capitini e Mandela si descrive il sabotaggio, quando diretto a danneggiare cose e non persone, come una pratica che può a pieno titolo essere utilizzata da chi si considera non-violento.
Prima di affrontare la questione «sabotaggio», ci sembra però opportuno partire da un problema di cui si discute poco e trascurato finora dai più, compreso chi scrive.
Il problema del «chi parla per chi».
Come altri movimenti di lotta, anche il Movimento No Tav non ha mai scelto formalmente, al suo interno, dei delegati o portavoce autorizzati a parlare a nome dell’intero Movimento. Nel corso del tempo, diversi uomini e donne hanno ricoperto questo ruolo, per periodi più o meno lunghi, in virtù di alcune caratteristiche riconosciute loro – come ad esempio la costanza nella lotta, il carisma, la capacità oratoria e l’intuito.
È accaduto più volte, si pensi ad esempio ad alcune conferenze stampa ma non solo, che le valutazioni di questi portavoce non fossero frutto di precedenti discussioni collettive svoltesi negli spazi organizzativi che il Movimento si è dato, come le assemblee popolari o i coordinamenti dei comitati. E non è semplice comprendere quando e quanto queste valutazioni individuali rispecchiassero il sentire degli altri No Tav che compongono il Movimento. E se anche fosse possibile riportare un sentire comune, non è affatto facile capire quanto ciò sia dovuto al «fiuto» di chi ha parlato, cioè alla sua capacità di comprenderlo e farsene portavoce, o quanto invece non siano state piuttosto le parole di questi portavoce a influenzare poi il sentire generale.
La difesa del caso di sabotaggio da cui eravamo partiti è stata articolata durante un’assemblea in Valsusa, riproposta dopo i sabotaggi che nelle settimane successive hanno colpito alcune ditte che lavorano nel cantiere di Chiomonte, e ripresa e sostenuta con diverse manifestazioni e iniziative dopo gli arresti – ripetendo «quella notte c’eravamo tutti»; questo fatto consente di affermare, perlomeno secondo chi scrive, che questa difesa a spada tratta esprimesse il pensiero di tanti No Tav, per quanto sia probabile che qualcuno fosse parzialmente o totalmente in disaccordo ma non abbia voluto esprimerlo apertamente.
Se prendiamo invece in considerazione un caso in cui degli atti di sabotaggio contro delle ditte che lavoravano nel cantiere sono stati etichettati come delle provocazioni, come nell’estate del 2011, subito dopo lo sgombero della Maddalena, è difficile dire di quale consenso godesse questa presa di posizione, per quanto non sia stata molto criticata. Una difficoltà legata al fatto che su questi sabotaggi non ci fu un confronto assembleare precedente a questa presa di distanza. E criticarla pubblicamente in seguito, come è accaduto solo su qualche giornale o sito internet di movimento, non era certo facile, per il timore di esporsi.
Sarebbe quindi della massima importanza che se (la cui cosa non è pacifica né scontata) un movimento sceglie di avere dei portavoce – perché di scelta si tratta – chi parla e cosa vien detto a nome di tutti sia deciso attraverso criteri precisi e rigorosi. Altrimenti il rischio è che si radichino, a tal punto da divenire normali, una serie di atteggiamenti e modi di fare che ostacolano il confronto e le discussioni, immiserendo così il dibattito e la lotta nel suo complesso. Un problema che non è reso meno grave dal fatto che spesso molti accettano di buon grado la possibilità di delegare a qualcun altro tutta una serie di impegni e responsabilità.

Il passaggio del «chi parla per chi» è solo un aspetto del più generale problema di quanto le strutture organizzative e le modalità decisionali di cui un movimento si dota favoriscano o piuttosto soffochino l’autorganizzazione della lotta. Una questione che nel caso del Movimento No Tav è resa ancor più complicata dal fatto che non esiste un criterio preciso per stabilire chi faccia parte e chi no di questo Movimento, e qui indichiamo con questa grafia il movimento che si oppone alla costruzione della Torino-Lione, visto che chi si oppone ad altri corridoi dell’Alta Velocità aggiunge delle specifiche al proprio nome (come ad esempio No Tav Terzo Valico). In questo caso non ci sono tessere, e sono state tantissime le persone che hanno partecipato attivamente e con costanza alla lotta in Valsusa senza far parte di alcun comitato, senza vivere in Valle e neanche nella cintura di Torino.

Sabotaggio: non violenza vs violenza?
Come detto, nella difesa del sabotaggio pronunciata in Valsusa nel maggio 2013, si è descritta questa come una pratica che può appartenere a pieno titolo a una lotta non-violenta.
Una presa di posizione importante che sarebbe più che auspicabile fosse fatta propria un po’ da tutti i partigiani della non-violenza. Così che le azioni non-violente abbandonino la logica della testimonianza su cui ci sembra si siano adagiate, e cerchino un modo per contribuire in maniera più concreta alle lotte. La sensazione di chi scrive, che non è un non-violento, è infatti che in tante occasioni non-violenza faccia rima con rispetto della legalità, così che si sceglie cosa fare e cosa non fare non in base a ciò che si ritiene più giusto e nel contempo utile alla lotta, ma con il codice penale in mano, rendendo così lo Stato il depositario dei criteri etici a cui chi lotta dovrebbe attenersi. Un abisso da quanto fatto e detto nella sua storia dal Movimento No Tav.
Nell’includere il sabotaggio tra gli strumenti della lotta non-violenta, si è messo l’accento sulle proprie convinzioni: danneggiare o distruggere dei macchinari risulta un prezioso bagaglio nell’opposizione reale ad un progetto imposto da altri.
Fatto ancora più notevole è che a una tale posizione non si sono aggiunti espliciti giudizi contro eventuali azioni di sabotaggio, e contro i loro autori, che potrebbero coinvolgere delle persone.
Ragionare sul rapporto tra violenza, non-violenza e lotte non è certo semplice e non a caso questo dibattito attraversa l’intera storia dei movimenti di lotta, anche quelli rivoluzionari. Le diverse posizioni a riguardo sono caratterizzate da sentimenti e valutazioni di varia natura e risultano pertanto ricche al proprio interno di differenze e sfumature. A complicare ulteriormente le cose ci ha pensato poi il revisionismo subìto dalle lotte degli anni ‘60 e ‘70 che ha reso la violenza un argomento tabù nell’ambito dei conflitti sociali.
Alla luce di queste difficoltà sarebbe veramente prezioso provare a ragionarne in maniera seria e approfondita all’interno di una lotta di questo tipo. Una discussione simile, all’interno del Movimento No Tav, potrebbe risultare particolarmente viva e interessante. Perché molti potrebbero parteciparvi partendo dal proprio vissuto, da come l’esperienza maturata nel corso della lotta contro il treno veloce abbia influenzato – modificando, rafforzando o semplicemente rendendo più chiare le idee che si avevano a riguardo – il loro rapporto con la violenza. Per provare a discuterne adeguatamente crediamo sia quindi necessario non adagiarsi su definizioni o ragionamenti che tendono a semplificare o eludere alcuni problemi, piuttosto farli emergere percorrendo tutte le strade possibili.
Nella sua difesa del sabotaggio, il Movimento No Tav ha definito la lotta contro la linea Torino-Lione una lotta non-violenta. Una definizione che non ci sembra molto precisa. Pensiamo ad esempio al 3 luglio, quando un gran numero di uomini e donne, nel tentativo di rioccupare l’area in cui si era appena insediato il cantiere, non si sono tirati indietro di fronte alla necessità di scontrarsi con le forze dell’ordine. E nei giorni successivi, in cui al martellamento mediatico volto a spingere il Movimento, o almeno una parte di esso, a prendere le distanze e condannare le violenze, la risposta pubblica è stata «Siamo tutti black-bloc».
Premettiamo di non essere degli esperti in materia, ma abbiamo sempre pensato che chi agisce guidato dall’etica o dall’ideologia non-violenta, dovrebbe evitare di rischiare che ciò che fa possa far male o ferire qualcuno, anche se in reazione a una violenza subita, anche se lo fa perché attaccato per primo, per difesa. Si dovrebbe quindi, in determinate condizioni, rinunciare a determinate iniziative per evitare di correre il rischio di far violenza contro qualcuno, dato che è facile immaginare che tali iniziative possano innescare una spirale di violenza; oppure si dovrebbe essere disposti a subire senza reagire attivamente, ad esempio tenendo le mani alzate davanti a un reparto di celerini che carica.
Se invece riteniamo di poter usare violenza contro qualcuno, se costretti a farlo per difenderci, perché stiamo subendo una violenza da cui vogliamo liberarci, o perché anche a causa di questa violenza ci stanno imponendo delle decisioni che contestiamo, allora è difficile definirsi non-violenti, fare della non-violenza il criterio primo e più alto su cui basare il proprio agire.
L’8 dicembre 2011, prima che iniziasse un assedio al cantiere, un No Tav, in un discorso al megafono che incitava a circondarlo, indicò le recinzioni e i macchinari all’interno dello stesso come l’obiettivo da danneggiare, specificando che non lo erano invece le forze dell’ordine che lo difendevano. «Sì, ma data la legge fisica che impedisce a un corpo di attraversarne un altro, cosa facciamo se tra noi e quelle recinzioni e macchinari incontriamo degli uomini in divisa?» fu la domanda un po’ retorica con cui qualcuno rispose all’intervento al megafono.
E sono numerose le giornate che mostrano come in molti tra coloro che lottano contro il treno veloce siano consapevoli della non-attraversabilità dei corpi, e altrettanto determinati a trovare un qualche modo per ovviare a questa legge della fisica.
A chi scrive sembra proprio che il rapporto con la violenza all’interno della lotta No Tav sia regolato da criteri di questo tipo. Non si esclude a priori la possibilità di farvi ricorso, diversamente da quanto dovrebbe accadere in una lotta non-violenta, ma si accetta questa possibilità come un fatto sgradito, che si preferirebbe evitare, ma che purtroppo è alle volte necessario, perché sono le ragioni della lotta a imporlo.
Le valutazioni su cosa imponga la lotta, per non essere costretti a tornarsene a casa o limitarsi a iniziative di testimonianza, non sono certo oggettive. Come non sono oggettivi i criteri che consentono di stabilire dove cominci e soprattutto dove termini il carattere difensivo di un nostro comportamento. Scriveva a proposito un rivoluzionario vissuto agli inizi del secolo scorso: «La violenza è giustificabile solo quando è necessaria per difendere se stesso e gli altri contro la violenza. Dove cessa la necessità comincia il delitto. Ma lo schiavo è sempre in stato di legittima difesa e quindi la sua violenza contro il padrone, contro l’oppressore, è sempre moralmente giustificabile e deve essere regolata solo dal criterio dell’utilità e dell’economia dello sforzo umano e delle sofferenze umane».
Una volta messa in discussione la definizione di lotta non-violenta ci si trova dunque a dover affrontare criticamente una serie di problemi messi finora sotto il tappeto. Problemi vissuti magari in prima persona, ma su cui non si è stati finora obbligati a ragionare e discutere insieme ad altri – attività che richiedono un’attenzione e una precisione ben maggiori di quelle utilizzate quando si riflette tra sé e sé. Uno sforzo collettivo che abbiamo già detto sarebbe invece auspicabile, specie se non ricercasse una sintesi o un’identità di vedute ma tendesse piuttosto a favorire la possibilità che ognuno si esprima a riguardo, così da far emergere i diversi perché e le tante sfumature di cui queste convinzioni sono ricche. In modo da poter valutare più adeguatamente se e come valutazioni differenti possano convivere. Se e come tutti coloro che ritengono la non-violenza un criterio irrinunciabile dell’agire possano camminare al fianco di chi ha una visione diversa del rapporto tra lotte e violenza, e viceversa.
Un dibattito ben lontano insomma da come vengono affrontate abitualmente questioni simili in diversi ambiti e lotte, da diversi militanti, quando a prevalere difficilmente sono contenuti e disponibilità al confronto, ma piuttosto scomuniche ed insulti.

Sabotaggio: tra pratica e metodo
La difesa del sabotaggio del maggio 2013 è successiva ad una serie di affermazioni per cui, negli anni precedenti, delle azioni di sabotaggio contro alcune ditte coinvolte nella realizzazione della Torino-Lione erano state invece bollate come provocazioni o atti compiuti per incassare i risarcimenti delle assicurazioni.
Un cambiamento non da poco.
Proviamo a spendere qualche parola su una certa cultura del sospetto che giudica un certo tipo di azioni, specie se realizzate al chiaror di luna, sempre un po’ oscure. Dietro di esse si nasconderebbero particolari interessi, che nel migliore dei casi niente hanno a che vedere con la lotta, nel peggiore vogliono invece apertamente danneggiarla.
Se questa propensione a ricercare trame oscure e complotti accomuna molti, non tutti sostengono queste tesi per gli stessi motivi. In alcuni casi lo si fa in buona fede perché la dietrologia è un modo molto comune di interpretare certi eventi.
In altri, invece, la buona fede non conta, e anche se non si è realmente convinti delle tesi complottiste le si sostiene per scongiurare la possibilità che certe pratiche e certi metodi si diffondano.
Nel primo caso, oltre alle critiche puntuali da porre ogni qualvolta viene stravolto il senso di alcune azioni, il miglior antidoto contro la dietrologia saranno le lotte stesse, con la loro capacità di modificare lo sguardo con cui si è abituati a vedere il mondo. Nel secondo invece non esistono antidoti: il sostegno o meno alle teorie complottiste non è tanto legato ad un propria visione del mondo quanto alla direzione verso cui si vorrebbe far soffiare il vento.
Ma al di là del problema della dietrologia e di ciò cui abbiamo accennato sopra, di quanto simili letture dietrologiche siano realmente condivise all’interno del Movimento, non crediamo sia particolarmente strano che durante una lotta possano verificarsi cambiamenti di valutazione tali, per cui una stessa pratica venga prima denigrata e poi difesa.
È comprensibile che chi lotta contro un determinato progetto – quando è realmente disposto a ragionare su cosa sia necessario fare di volta in volta per dare concretezza al proprio No, come ci sembra sia il caso del Movimento No Tav – decida sul da farsi a partire dalle necessità che di volta in volta reputa stia imponendo la lotta, e in base all’esperienza nel frattempo accumulata nel corso di essa.
E questo è uno dei motivi per cui le varie pratiche utilizzate nel corso delle lotte, per quanto siano di per sé sempre giuste – è sempre giusto bloccare una strada per impedire il passaggio di ruspe e mezzi da cantiere pronti a bucare una montagna, o incendiarli quando sono ancora parcheggiati nella propria sede o in un cantiere – non risultano sempre ugualmente significative all’interno di una lotta.
Alle volte un sabotaggio riesce a indicare un modo efficace per opporsi a un determinato progetto; e nel farlo, oltre ad aiutare a tenere alti gli umori e infondere coraggio, può divenire una proposta su ciò che si può fare valida per tanti. Altre volte, perché troppo in anticipo rispetto allo sviluppo della lotta, perché poco comprensibile o perché ha adottato delle modalità o scelto un obiettivo poco allettanti, lo stesso sabotaggio può produrre invece per lo più dubbi e timori così che la proposta, almeno per tanti, sia facilmente destinata a cadere nel vuoto .
Naturalmente non esiste una scienza esatta che possa fornire indicazioni chiare su come, quando e dove sia il momento più favorevole per agire in un certo modo. Né successivamente è possibile affidarsi a un qualche modello empirico per sapere precisamente quali siano i suoi frutti: il rischio è quello di giungere a conclusioni troppo semplicistiche, basandosi esclusivamente sugli effetti più immediati e visibili, per cui o un’azione è immediatamente ben accetta da tanti oppure, oltre agli eventuali danni alla controparte, non avrebbe prodotto granché.
Ma gli effetti di ciò che si fa non sempre si manifestano immediatamente, possono anche rimanere nascosti, sedimentarsi, e riapparire più tardi in superficie. Come valutare, ad esempio, se e quanto i sabotaggi precedenti all’estate 2013, pubblicamente denigrati al momento, abbiano poi contribuito alla successiva difesa e ricomparsa di questa pratica in Valsusa?
La mancanza di parametri oggettivi cui affidarsi non vuol dire però che non sia possibile orientarsi in alcun modo di fronte a questo tipo di problemi. Già solo prestare una certa attenzione a riguardo può consentire di affinare una certa capacità intuitiva. E può essere poi di grande aiuto curare la salute del dibattito, cercando di stimolare quante più persone possibili a confrontarsi apertamente sulle varie questioni che emergono nel corso di una lotta.
E del resto il rapporto tra un’azione di sabotaggio e l’andamento complessivo di una lotta dovrebbe essere considerato uno degli aspetti più importanti, almeno per chi ritiene che il sabotaggio non sia il fine ultimo di una lotta, ma solo uno degli strumenti in grado di consentire alla stessa di fare dei passi in avanti dal punto di vista dell’efficacia, della radicalità e della autorganizzazione.
Sono questi gli obiettivi, oltre a ciò per cui o contro cui ci si sta battendo, che una lotta dovrebbe perseguire. Perché il percorso che si fa per raggiungere un certo risultato è quantomeno altrettanto importante dell’esito finale di una lotta.
Consentiteci per una volta un gioco d’immaginazione: quanti No Tav, se oggi potessero scegliere, preferirebbero che la lotta contro il treno veloce si fosse conclusa nel 2004? Magari attraverso un referendum o un ricorso in tribunale, privando così tanti uomini e donne dell’esperienza accumulata durante le battaglie del Seghino e di Venaus, durante i giorni della Libera Repubblica della Maddalena o durante i blocchi dell’autostrada. Quanti sarebbero disposti a rinunciare a tutte quelle situazioni vissute in prima persona che hanno sconvolto la propria quotidianità e modificato profondamente la propria vita e lo sguardo con cui si era abituati a guardare il mondo? Se per lo Stato – come ha dichiarato il procuratore generale Marcello Maddalena nel processo d’Appello contro Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò – in ballo non c’è più la costruzione di una ferrovia ma la facoltà di una democrazia di imporre le proprie decisioni, allo stesso modo diversi No Tav, crediamo, non lottano più «solo» per ostacolare la linea Torino-Lione, ma anche perché si sono accorti che la lotta ha cambiato in meglio la loro vita. Un piacere che non avrebbero provato se invece che lottare avessero delegato ad altri la risoluzione del problema del Tav. Un piacere che perde di intensità quando, nel corso di una lotta, l’autonomia e la partecipazione in prima persona dei singoli vengono soffocate da modi di organizzarsi e decidere il da farsi che privilegiano la delega.
L’eventuale diffondersi di sabotaggi sarebbe quindi importante non solo per i danni arrecati alla controparte, ma soprattutto perché sarebbe un segno dell’agire diretto di tanti. Tanti uomini e donne che potrebbero contribuire attivamente alla lotta, non solo riunendosi tutti insieme per i cortei, i blocchi o le giornate di assedio al cantiere, ma anche agendo autonomamente e scegliendo ognuno con chi, dove e quando andare a gettare uno zoccolo negli ingranaggi dell’Alta Velocità – andare a tirare qualche petardone dentro il cantiere, fare qualche scritta sugli edifici dove alloggiano gli operai o ancora distribuire un volantino, visto che la possibilità di organizzarsi autonomamente riguarda un po’ tutte le iniziative di una lotta.
Abbiamo finora utilizzato il condizionale nel parlare del diffondersi dei sabotaggi perché nonostante ce ne siano stati un certo numero in un breve arco di tempo, specie dopo il maggio 2013, ci sembra eccessivo affermare che questa pratica si sia realmente diffusa. Ci sembra più corretto dire che a diffondersi sia stata la consapevolezza della validità di questa pratica. Emblematico in questo senso il dossier No Tav Watching, contenente l’indirizzario delle ditte che lavorano al cantiere di Chiomonte. Un lavoro di ricerca prezioso che, uscito pochi mesi dopo l’arresto di Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, ha rappresentato un ottima risposta al tentativo della Procura di spaventare il Movimento. Ma, almeno a quanto è dato sapere, non è stato molto utilizzato.
Se si diffondesse questo modo di organizzarsi, scegliendo autonomamente con chi, dove e quando mettere i bastoni tra le ruote al Tav, potrebbero aumentare in molti anche la fiducia e la convinzione nelle proprie capacità. Un processo che potrebbe avere delle conseguenze positive un po’ su tutta la lotta, anche sulle iniziative e discussioni collettive che da questa crescita individuale non potrebbero che essere arricchite.
E sarebbe infatti profondamente sbagliato pensare questa sorta di coordinamento tacito e spontaneo come alternativo, e non piuttosto complementare, agli appuntamenti annunciati e di massa discussi attraverso le assemblee pubbliche.
Una complementarità di cui abbiamo avuto un piccolo assaggio proprio nel corso della solidarietà sviluppatasi per l’arresto dei sette compagni. Quando, alle iniziative pubblicizzate e partecipate da moltissime persone, si sono intrecciate un gran numero di azioni non annunciate contro alcuni membri del Partito del Tav (ad esempio Partito Democratico, Banca San Paolo e Trenitalia). Azioni che hanno fatto prender corpo, nei fatti, a quelle campagne contro i responsabili politici, imprenditoriali e finanziari della Torino-Lione di cui tanto si era discusso negli anni passati in Valsusa senza però riuscire a farle iniziare. Un modo di organizzarsi che ha inoltre permesso a tanti di dare il proprio contributo alla lotta senza dover raggiungere la Valle.
Se unirsi consente di sommare le forze, dividersi alle volte permette di moltiplicarle.
Questo è uno dei significati dell’azione per cui sono stati arrestati Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò e poi Francesco, Graziano e Lucio. Un aspetto che non è stato forse adeguatamente sottolineato nelle tante occasioni in cui negli ultimi tempi si è parlato di quella notte di maggio.
Possiamo dire che la gran parte dei discorsi si sono concentrati sull’aspetto più immediatamente pratico di quell’azione, ovvero l’aver inceppato il normale funzionamento del cantiere, dandone un giudizio molto positivo, come dimostrano le parole d’ordine urlate a squarciagola dopo gli arresti.
Il suo aspetto di metodo, cioè la possibilità di organizzarsi autonomamente, al di fuori delle assemblee popolari e dei coordinamenti dei comitati, invece, è rimasto tutto sommato in ombra e possiamo dire non sia stato digerito fino in fondo.
Un fatto abbastanza comprensibile.
È normale che possano emergere perplessità e preoccupazioni a riguardo in chi è abituato a discutere e decidere esclusivamente in assemblee pubbliche le iniziative da portare avanti – per quanto non si può essere sicuri di sapere tutto quello che accadrà nel corso dell’iniziativa stessa.
In ogni caso l’impossibilità di sapere in anticipo cosa verrà fatto, quando e dove, ciò che insomma rende queste azioni imprevedibili e quindi difficilmente contrastabili dalla controparte, può allo stesso tempo destare preoccupazioni in chi lotta, per l’impossibilità di avere il benché minimo controllo su un’azione che non è detto trovi tutti d’accordo. Una questione che, posta in questi termini, non può avere alcuna soluzione. Questa modalità organizzativa, per funzionare, deve necessariamente escludere tanti compagni di lotta da una serie di informazioni. Ma ci sono diversi modi e diversi momenti con cui gli uomini e le donne che partecipano a una lotta possono influire su un’azione di sabotaggio compiuta da altri, senza naturalmente pensare di poterla determinare. Ad esempio attraverso il dibattito che si sviluppa all’interno di una lotta prima, e attraverso le eventuali critiche o ragionamenti su ciò che è successo poi.
Una possibilità legata evidentemente allo stato di salute delle discussioni e delle strutture organizzative di una lotta. Ecco perché discuterne, avanzando critiche precise quando una certa azione non convince, sarebbe importante.
Esemplare, in negativo, è il modo in cui sono stati affrontati un paio di sabotaggi avvenuti nel dicembre 2014 nei pressi di Bologna e Firenze. A qualche mese di distanza dalla difesa del sabotaggio del 2013, di fronte ad azioni dirette contro le linee ad Alta Velocità, hanno ripreso fiato all’interno del Movimento le ipotesi complottiste. Nella confusione, qualcuno ne ha approfittato per lanciarsi in un attacco a spada tratta del tutto privo di argomentazioni, apparso nella sua forma più chiara sui siti infoaut.org e notav.info in un articolo intitolato I burabacio. L’obiettivo era semplice: inveire contro le azioni di Bologna e Firenze e chi le aveva sostenute, per tentare di scongiurare la possibilità che assieme a una certa pratica si diffondesse anche un certo modo di organizzarsi.
Non sono così emersi quei dubbi che, immaginiamo, molti No Tav nutrissero nei confronti di questi sabotaggi. Ed è stata di fatto ostacolata la possibilità che a partire da questi dubbi si sviluppasse un dibattito. A far tramontare poi definitivamente questa auspicabile ipotesi, soffocando anche i pochi tentativi di riportare il discorso sui binari, sono stati i botta e risposta relativi a I burabacio.

In movimento
Se finora ci siamo concentrati su alcuni aspetti specifici della solidarietà rivolta ai sette compagni arrestati, vorremmo ora soffermarci sugli uomini e le donne che l’hanno portata avanti.
Perché, come accennavamo all’inizio, si è trattato di un contesto molto ampio ed eterogeneo, composto da chi, come i militanti, ha una certa familiarità con carcere e accuse di questo tipo, da altri che, come diversi No Tav, stanno iniziando a doverci fare i conti sempre più spesso negli ultimi tempi, ma anche da chi, come i familiari degli arrestati, è stato invece catapultato in questa situazione per la prima volta.
Sin da subito, dopo i primi arresti, i compagni più vicini agli arrestati hanno cercato di favorire l’incontro tra i familiari pensando che poter discutere e confrontarsi insieme sarebbe stato d’aiuto, sia a livello pratico che emotivo, per affrontare una carcerazione prevedibilmente lunga e un processo con accuse particolarmente pesanti. Un aspetto che nel caso dei primi quattro arrestati è divenuto ancora più importante per il fatto che, fino quasi all’inizio del processo, genitori, fratelli e sorelle sono stati gli unici a poter incontrare Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò. Nel frattempo gravati anche della censura sulla posta che ha reso ancor più complicata la già difficoltosa comunicazione con l’esterno.
Altrettanto importante è sembrato poi cercar di far conoscere ai familiari la lotta No Tav, così che potessero discutere con altri uomini e donne, e non solo con i compagni dei loro cari, delle ragioni della resistenza al treno veloce e del sabotaggio del maggio 2013. Così da rendersi conto in prima persona che non si sarebbero trovati da soli ad affrontare quanto stava accadendo.
Un incontro che, almeno in alcuni familiari, ha favorito anche un processo di messa in discussione di una serie di questioni che fino ad allora per essi non erano all’ordine del giorno, e che non si esaurivano nei problemi specifici che in quel momento stavano vivendo i loro cari in carcere.
E questa tensione critica, insieme all’affetto e al calore manifestato da tanti nei confronti degli arrestati, alcuni familiari l’hanno portata con loro ai colloqui in carcere, sorprendendo favorevolmente i compagni rinchiusi. Un buon esempio a questo riguardo è rappresentato dal testo Alle donne e agli uomini della Val di Susa scritto il giorno dopo «Sapori di Libertà».
Un’iniziativa di cui forse vale la pena parlare.
«Sapori di Libertà» si è svolta in più di un’occasione in alcuni presidi di paesi della Valsusa; lì si sono raccolti e cucinati cibi che chi è andato a fare i colloqui in carcere ha poi portato ai prigionieri. Un modo per consentire ai familiari di andare per la prima volta in Valle in una situazione informale che non li mettesse troppo sotto la luce dei riflettori, e per permettere a tanti No Tav di far sentire a chi si trovava rinchiuso la propria vicinanza, attraverso un pensiero gradito come un formaggio o un salume fatti in casa. Nel suo piccolo, «Sapori di Libertà» è stata anche un’occasione di mostrare cosa sia il carcere nella sua materialità, a partire dal cibo. Non sono stati pochi, infatti, nonostante gli elenchi precisi fatti girare nei giorni precedenti, a portare zucchero, caffè, pasta e altri alimenti vietati, e rimanere sorpresi nello scoprire che alcuni generi erano acquistabili solo allo spaccio interno, spesso a prezzi maggiorati. Oppure che alcuni alimenti potevano invece essere portati a Lucio ma non a Graziano perché ogni carcere è, almeno in parte, differente dagli altri, a causa di imperscrutabili valutazioni della direzione. Aspetti della reclusione che possono essere un buono spunto per discutere e confrontarsi su cosa sia il carcere e cosa voglia dire trovarvisi ristretti, specie all’interno di una lotta con una composizione sociale che non ha la stessa familiarità con la galera che potrebbe avere chi vive in un quartiere proletario. Un sapere che gli oppositori alla Torino-Lione stanno ormai facendo proprio, come sembrano mostrare gli spazzolini e il cambio di biancheria che alcuni No Tav «over 60» hanno portato con sé durante una passeggiata notturna al cantiere per farsi trovare pronti in caso l’iniziativa fosse finita male.
Questo è certamente uno dei pochi casi in cui si è discusso di Alta Sorveglianza, di differenziazione carceraria e di processi in videoconferenza – anche grazie agli scritti di chi era rinchiuso – al di fuori dei ristretti ambiti militanti. E siamo convinti si sarebbe potuto fare di più per far sì che l’arresto dei sette compagni fosse un’occasione per ragionare e confrontarsi non solo su questi aspetti particolari della detenzione ma anche sul carcere più in generale, in modo da allargare notevolmente l’orizzonte al di là delle specifiche detenzioni dei compagni.
A mancare sono state soprattutto le energie e le idee di chi ritiene la lotta contro il carcere una parte importante del proprio percorso, più che l’interesse e l’attenzione degli altri solidali.
Le lettere scritte da dietro le sbarre, non sono state importanti solo per aiutare a comprendere cos’è una sezione di AS2 o un processo in videoconferenza. I sette compagni arrestati erano sconosciuti alla grandissima parte dei No Tav, e molti hanno avuto modo di capire chi fossero e se li conoscessero solo il giorno della prima udienza in Aula Bunker. Prima di questa data sono state le parole scritte nelle loro lettere pubbliche a farli conoscere da tanti solidali e, al di là della solidarietà per il sabotaggio di cui erano accusati che è stata netta e immediata, il calore e la vicinanza che tanti hanno manifestato nei loro confronti sono in buona parte legati a questi testi.

A mo’ di conclusione
La difesa dei compagni arrestati si è da subito intrecciata al tentativo di dare continuità alla lotta contro il treno veloce, senza toni vittimisti che dipingessero gli arrestati come «perseguitati dalla repressione», ma difendendo invece la pratica del sabotaggio, messa alla sbarra insieme ai suoi presunti autori. Per questo, come già detto, le dichiarazioni con cui prima Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò e poi Lucio e Francesco hanno affermato che quella notte di maggio c’erano anche loro non hanno creato imbarazzi o prese di distanza in alcuno, ma generato invece entusiasmo, rafforzando ulteriormente il sentimento di vicinanza nei loro confronti.
L’unica possibilità di contrastare l’operazione della procura torinese ci è sembrata, e ci continua a sembrare, il fare in modo che i discorsi e le iniziative di solidarietà siano indirizzati a rafforzare l’opposizione alla linea Torino-Lione. Perché siamo convinti che, come recita il motto rimasto molte volte solo una lodevole intenzione, «il miglior modo per rispondere alla repressione è quello di continuare le lotte che polizia e magistratura, con processi ed arresti, vorrebbero fermare». Questo perché i processi e gli arresti non sono dei fatti eccezionali, degli incidenti di percorso in cui le lotte alle volte hanno la sfortuna di imbattersi, ma degli elementi che fanno parte delle lotte e che al pari di altri contribuiscono a determinarne l’andamento. E se il lavoro delle forze dell’ordine e dei magistrati – allo stesso modo di recinzioni e filo spinato, campagne terroristiche dei mass-media, promesse di compensazioni – mira a fermare o perlomeno ostacolare la lotta, le nostre energie in queste situazioni devono invece essere dirette a sostenerla e, possibilmente, farle fare dei passi in avanti.
Nel corso di una lotta i nostri desideri e la volontà di cambiare radicalmente questo mondo dovrebbero emergere a partire dagli obiettivi specifici che quel percorso ci pone davanti, attraverso il modo che reputiamo giusto di intervenire, elaborare delle proposte e rapportarci a tutti gli altri compagni di lotta che incontreremo.
La stessa convinzione dovrebbe animarci quando un’operazione della magistratura arresta dei compagni a noi vicini.

La solidarietà espressa dopo l’arresto dei sette compagni è un pezzo dell’opposizione alla realizzazione della linea ad Alta Velocità Torino-Lione. Ed è attraverso questa lente che abbiamo cercato di sottolinearne gli aspetti positivi, i limiti e le potenzialità rimaste inespresse.

macerie @ Dicembre 23, 2015

This article has 14 comments

  1. mariana stancu

    Resisteremo ad oltranza perchè diffendiamo le nostre vite e quelle dei posteri, diffendiamo la bellezza di questa valle, la sua flora e fauna che sono insostituibili, così come l’acqua..

  2. Per problemi di salute non son potuto essere solidale (con la mia presenza in tribunale) coi Compagni arrestati ingiustamente. Mi pare però fa ciò che mi é stato detto da Compagni solidali presenti non mi pare che ci sia stata questa grande solidarietà di cui si parla nell’articolo. A me oareche le grandi solidarietà é da un bel po’ che non ci sono a parte quando i processi servono a dare ampio risalto mediatico come fu quello a Erri De Luca. Processo che tra l’altro fu una grande farsa, farsa voluta dallo stesso scrittore sionista che si rimangio’ le sue posizioni durante il processo e che continua condannando le azioni di sabotaggio. Direi che l’impressione che si ha è che da oarte di troppi c’è la forte volontà a dividere i Compagni tra buoni e cattivi a partire da Caselli e i suoi adepti ma anche da parte di molti cosiddetti notav e antagonisti…insomma pare che in molti si siano uniti per bollare come nrutti sporchi e cattivi quelli che non stanno ai giochetti di potete voluti dai vari leader che sempre più delegano politicantii vari da Plano a Scibons passando attraverso Dosio e Airaudi vari…

  3. P.s la divisione tra buoni e cattivi porta la Valle e i suoi leader e politicanti ad avere più potere contrattuale per ciò che riguarda ke compensazioni. Non credete? La lotta cosidetta notav da un bel po’ ha preso quedta strada vergognosa , e i leader non si son mai fatti grandi scrupoli a “sacrificare” i Compagni che credono in una lotta dura vera che comprende pure i sabotaggi. Del resto il lider Maximo da un vel po’ si é dissociato pure da chi non dico facesse sabotaggi contro dei meccanismi meccanici ma pure da chi si limitava a scrivere sui muri, insomma da chiunque non stia alle regole del teatrino diretto da Perino/Plano e soci vari…forse é giunto il momento che in molti ci dissociamo dal SIG. NOTAV…

  4. “Il passaggio del «chi parla per chi» è solo un aspetto del più generale problema di quanto le strutture organizzative e le modalità decisionali di cui un movimento si dota favoriscano o piuttosto soffochino l’autorganizzazione della lotta. Una questione che nel caso del Movimento No Tav è resa ancor più complicata dal fatto che non esiste un criterio preciso per stabilire chi faccia parte e chi no di questo Movimento, e qui indichiamo con questa grafia il movimento che si oppone alla costruzione della Torino-Lione, visto che chi si oppone ad altri corridoi dell’Alta Velocità aggiunge delle specifiche al proprio nome (come ad esempio No Tav Terzo Valico). In questo caso non ci sono tessere, e sono state tantissime le persone che hanno partecipato attivamente e con costanza alla lotta in Valsusa senza far parte di alcun comitato, senza vivere in Valle e neanche nella cintura di Torino.”
    Questo è un punto particolarmente delicato, l’analisi è molto soft perché chi frequenta certi coordinamenti sa bene quali dinamiche si inneschino e quanto sia volutamente difficile mettere in discussione il “chi parla per chi”. Il fatto stesso che escano alcuni comunicati a firma “movimento no tav”, senza la specifica geografica “Valsusa” la dice lunga sulla volontà di rappresentare qualsiasi lotta contro l’alta velocità, rivendicandone una storia che troppo spesso tralascia proprio di quella storia particolari importanti, come il tragico epilogo degli arresti di Sole, Baleno e Pelissero. Proprio la loro storia dovrebbe essere rianalizzata e avrebbe dovuto esserlo quando i nostri quattro prima, poi sette compagni sono stati arrestati con l’accusa di terrorismo, quando sono riapparse quelle “prove granitiche”, perché è quando si dimentica la storia che questa rischia di ripetersi. E invece ho notato un ritorno al presenzialismo dei sindaci, un ritorno ad un passato più recente, quello della presa di Venaus rievocata di recente in quella tre giorni che anche dai siti no tav è stata narrata con troppa enfasi su numeri che chi era presente ha ben chiaro. Come se si volesse far ritornare in vita quel “movimento popolare” che da tempo, in realtà, non si vede più quantomeno nella dimensione che ebbe quella presa di venaus…(e qui vale la vecchia regola che una mobilitazione non fa un movimento). Mi stupisce questa difficoltà nel raccontare la realtà, mi lascia davvero perplessa questo bisogno di aumentare le cifre come se fosse sempre una questione di quantità, quando è chiaro che è la determinazione a contare più ancora della quantità di persone disposte a mettersi in gioco. Diciamocelo, dal 2011 lo Stato ha messo in campo un apparato militare, giuridico e mediatico senza precedenti per giocare questa battaglia portando a casa un risultato, un po’ meno scontato però è capire quale sia il risultato atteso, perché non credo sia colpa dei No TAV se ad oggi i finanziamenti non arrivano e i ritardi nell’opera sono evidenti… ma qui rischierei di andare fuori tema. Restiamo sul pezzo, quindi. Restiamo alle reazioni dello scorso anno dopo i sabotaggi di Bologna e Firenze. Leggiamoli però in una prospettiva più ampia, collocati quindi nel luogo e nel momento “politico”, altrimenti perdono significato o si rischia di fraintenderne il senso. La voce “ufficiale”, perché così è considerata la redazione di notav.info pubblicò quell’articolo, “I burabacio”, sollevando al nostro interno alcune discussioni affrontate in un coordinamento imputati e poi in un coordinamento comitati che difficilmente potrò dimenticare ma che, a quanto pare, in molti hanno cancellato. Peccato, perché quei due passaggi, la riunione precedente e poi quella in valle, sono la risposta ai quesiti posti in questa analisi, solo che la risposta c’era già stata un anno fa. Ad oggi quindi, ben sapendo di attirarmi altre ire funeste di certe componenti del movimento, posso semplicemente affermare di essere no tav nonostante certi no tav e di avere enormi difficoltà nell’agire “contro” perché stento a capire chi si “oppone” per “ragioni di opportunità politica” stringendo alleanze ormai a livello istituzionale o con realtà che hanno altri scopi rispetto al mio, e chi è deciso a lottare, anche rischiando, auto-organizzandosi liberamente. Liberamente significa ricercando affinità, sintonia, sempre restando all’interno di quelle coordinate etiche che sappiamo essere condivise e lo sappiamo perché se siamo stati insieme in almeno una occasione di lotta abbiamo avuto la possibilità di misurare il consenso di certe azioni, sul campo. Perché anche chi non era in grado di tirare pietre, quel 3 luglio 2011 come in altre occasioni, ha continuato a sostenere le azioni con una sonora e intensa battitura. Quel consenso è forte e chiaro, quel consenso non arriva da leader o politicanti, arriva da chi ha percorso quei sentieri, da chi ha resistito in condizioni estremamente difficili, da chi ci ha teso la mano quando barcollavamo per effetto dei lacrimogeni, e sono certa che sono le stesse persone che hanno continuato ad esprimere la solidarietà ai sette compagni scrivendo loro in carcere, e partecipando alle udienze ed ai presidi. Dal basso, quindi, la solidarietà c’è sempre stata e questo lo dico per rispondere a Simone. Ma dobbiamo forse fare un passo avanti se vogliamo realmente continuare questa lotta. Dobbiamo fare qualcosa che fino ad oggi non abbiamo potuto o voluto fare. Liberarci e liberare quella creatività nel pensare e nell’agire che in alcuni momenti è davvero stata spettacolare. In parallelo è anche importante tornare a riempire di contenuto una lotta che ormai sembra ridotta allo slogan economico del “non ci sono i fondi”… come dire non facciamolo perché è troppo caro… una motivazione sicuramente adeguata al leit motiv di una certa componente politica ma troppo lontano dai motivi più profondi e radicali che hanno spinto il nostro agire… Tentai di fare questa discussione l’anno scorso ma fui liquidata da un monito giunto dall’alto e diramato da un’altra testata on line. Un’altra occasione persa. Ora la repressione arriva presentando il conto ai condannati per il 27 giugno ed il 3 luglio, lungi da me l’idea di fare il piagnisteo per la repressione, ma certo è un’altra occasione per rilanciare una solidarietà “più attiva”, e ovunque. Penso varrebbe la pena identificare momenti aggregativi per confrontarsi su questi temi, in forme assembleari o con modalità diverse, insomma evitando il solito alternarsi di monologhi. Un paio d’anni fa avevo proposto dei laboratori teatrali, forse non è troppo tardi per rielaborare le esperienze e scrivere una nuova pagina, magari per scriverla con il contributo di tutti. Il dibattito on line è quasi impossibile ed è escludente per definizione, perché non tutti sono connessi, non tutti utilizzano internet e ben pochi se la sentono di mettere le loro opinioni nero su bianco. Qui l’articolo con la lunga discussione sui sabotaggi di Bologna-Firenze, vale la pena rileggere i commenti… http://www.tgmaddalena.it/no-tav-2-bottiglie-incendiarie-sulla-linea-roma-firenze/

  5. Io vorrei capire che si intende con “Movimento Popolare”, pure il fascismo era un movimento popolare, lo è stata la Lega, lo sono stati i forconi , la domanda é siamo sicuri che un movimento popolare sia d’ufficio positivo e utile? Lo chiedo al Lider Maximo Perino che quando é in difficoltà, e lo é sempre più spesso, a rispondere a domande si riempe la bocca dicendo che il Movimento Notav é un movimento popolare…quindi non si può mettere in discussione il suo operato e secondo i leader e leaderini non lo si può mettere in discussione né con ragionamenti e tanto meno con azioni. Insomma vogliamo dirlo forte e chiaro che le assemblee sono fatse in mano a burattinai che fanno i giochetti di politici a cinque stelle e del pd? I fatti sono chiari e chiedono vendetta…pd/5 stelle e sig.notav han fatto in modo di fare eleggere il sig. Plano per poter trattare compensazioni é sotto gli occhi di tutti, come hanno fatto eleggere senatori a dir poco incapaci che per opporsi al Tav han fatto nulla al massimo hanno indossato una cravatta con su disegnato il logo (depositato) del treno crociato. Possuamo iniziare a scommettere sui prossimi nomi di chi il sig.notav ci chiederà di votare alle prossime elezioni…non ci vuole un grande sforzo dire chi saranno i fortunati candidati…si Simonetta é ora di spostare il dibattito da altre parti e non più nelle assenblee farlocche dei leader futuri politici …ragionare su nuove parole d’ordine e su nuove agende. Agende non imposte da personaggi che ormai fanno parte dei giochi spartitori dei politicanti vari…basta fare i giochetti di chi non si accirge degli intetessi della politica sul trasporto su ruota ad esempio…spesso politicanti che hanno fatto carriere professionali in Sitaf e Anas…qualcuno é politicante altri “duri e puri” ambientalisti con tendenze politicanti…

  6. Da due giorni però la Lotta dil SIG. NOTAV ha avuto un nuovo grande riconoscimento…Checco Zalone prende per il culo i Notav, ma il sito Notav.info fa pubblicità al film nazional popolare speriamo che i produttori del Checco Nazionale almeno paghino bene il SIG NOTAV per la pubblicità…Povera Italia…Povera Valsusa…Poveri Noi

  7. http://www.notav.info/post/checco-zalone-incontra-i-notav-in-quo-vado-video/

    Quando una lotta svacca…tutto va bene pur che se neparli…Sig. Notav Vergognati…

  8. Uno spunto interessante arriva da questo testo pubblicato da Silvia su “L’urlo della Terra” di Maggio 2015: “Viviamo in tempi strani… Assistiamo pian piano ad una perdita della memoria del filo che ci lega alle lotte passate, dove le nuove generazioni di compagne/i nascono già in un contesto che svuota, paralizza e aliena. Si sta perdendo quello scambio generazionale di esperienze, tensioni, quel passaggio di testimone così importante… Le parole si dissolvono, i pensieri non hanno più un terreno fertile su cui crescere…
    Viviamo in tempi strani in cui le riflessioni sono quasi azzerate e le critiche accolte malamente come distruttive, quando è solo dall’analisi del presente e dalle critiche che si può pensare di capire i cambiamenti e trovare modi per farne fronte. Poi è meglio non mettere in luce eventuali fessure, potrebbero diventare crateri, e gli spigoli rompere il quieto vivere, così è più facile pensare che tutto sommato siamo tutte/i sulla stessa barca, con lo stesso fine, ma con modi diversi. Ci si accontenta della mediocrità, della banalità, senza neanche rendersene conto, senza prendere una reale e ferma posizione…” [Silvia, L’urlo della Terra, maggio 2015]. Due appuntamenti, a EL PASO: venerdì 8 gennaio dalle ore 20, aperitivo- cena benefit e presentazione della rivista ecologista radicale “L’urlo della Terra” e sabato 9 gennaio dalle 10 del mattino assemblea per costruire una settimana di mobilitazione contro biotecnologie e scienze convergenti, ricordando che il 13 gennaio alle 9:00 presso il Tribunale di Torino avrà inizio il processo a carico di Costa, Billy e Silvia, qui l’articolo http://www.tgmaddalena.it/processo-a-billy-costa-e-silvia-unoccasione-di-rilancio-della-lotta-alle-nocivita/

  9. Durante il processo d’appello mi ha molto colpito il più volte ribadito passaggio “democratico” osservato dallo Stato nella scelta del sistema TAV in generale e della Torino-Lione in particolare. Maddalena, che sottolineava lo scarto tra la sede politica e quella giuridica, ne ha fatto particolare uso nel tentativo di appesantire la posizione degli imputati, quali persone asociali e indifferenti al nazional sentore sulla questione. Sentore che, quanto mai, è stato a dir poco vago nella stragrande maggioranza dei rappresentati in parlamento e che, tutt’al più, avevano dato esercizio democratico nel siglare la solita cambiale in bianco che è il voto elettorale.
    Democrazia da rappresentanza, quindi, in cui, nuovamente per delega, nonostante i giudici popolari, la valutazione della gravità dell’azione del 13 maggio 2013 viene svolta codice penale alla mano senza, ovviamente, mettere in discussione il merito della questione più che, cosa cara a molti ultimamente, il metodo.
    Quanto detto finora è cosa ovvia, perchè lo Stato, in quanto organizzazione, è una realtà complessa. Ma è palese che il suo corollario, ovvero la sua impermeabilità alla critica diretta è ben gradita da chi lo gestisce nei fatti. Con guardie e procure a garanzia.
    L’uso dei binari di discussione prestabiliti dal “democratico esercizio eletto” ben difficilmente riuscirà a scalfirne la superficie in quanto per sua natura vuota di contenuti. E nell’assenza di contenuti trova facilmente posto la polemica sul metodo trascurando il merito o, in un primo tempo, associandoli in un crescendo populistico che favorisce, nei fatti, il primo svuotando di significato il tutto.
    Democrazia e rappresentanza paiono quindi un duo di complessa gestione e che in mani sapienti possono colorare il cielo di viola.
    Trovo lecito chiedersi se in seno ad un “movimento” la cosa è poi diversa e se incarnare nel presenzialismo e nel carisma la rappresentanza decisionale è corretto per determinare il fine ultimo di quel “movimento”. Ovvero finalità di lotta che si circostanzia su di un progetto specifico o che sceglie di usarlo, a posteriori, come perno per rilanciare la capacità di resistere ad una progettualità che lo Stato e chi lo governa, anche economicamente, cerca di imporre in una moltitudine di sfaccettature racchiuse nel suo “esercizio democratico” quotidiano.
    Che il processo del compressore sia stato un test fallimentare del 270 sexies è ormai evidente ma andrebbe chiarito chi o cosa ha vinto in seno a quel “movimento” apparentemente chiamato in causa.
    Perchè se è vero che la solidarietà all’apertura del processo d’Assise di primo grado era ben palpabile e decisamente traversale, la sensazione, prima, e l’amara verifica, dopo, del suo rapido deteriorarsi e dell’uso mediatico di certi palchi da parte di alcuni è stata concreta ed inquietante. Negli ultimi anni l’altalena del complottismo e del “passo indietro” di cui Erri De Luca si è poi fatto bandiera, salvo poi sparire nel divenire un testimonial scomodo per altre questioni (leggi sionismo), hanno rappresentato l’apice di una logica del piede in due scarpe (ma anche tre) che, più o meno, ha coniugato brand, antagonismo reale e di facciata, legalismo, non-violenza di comodo e repressione interna. Non ultimo la presenza discutibile alla manifestazione dell’otto dicembre di politici il cui leader liquidava come “quattro vandali” gl’imputati del processo del compressore.
    https://www.youtube.com/watch?v=mYgerLJqnM0&list=PL9sroevaGGqUyYb1apXFHBdRk_99KYuxj
    In un film si avanzava l’ipotesi che è l’uso e non la sua natura che determina se un arma è buona o cattiva. Utilizzare la medesima logica nell’includere in un “movimento” partiticanti è quantomeno discutibile e necessariamente escludente di altre realtà.
    Quale venga considerata “buona” e “consona” già di per sè qualifica il tutto.

  10. Da http://www.finimondo.org

    Noi oggi quasi quasi stiamo con Erri

    Ecco, nel giorno in cui molti festeggiano un’altra sentenza di tribunale decretante che il sabotaggio non va confuso con il terrorismo, il nostro pensiero va a lui, all’uomo che per primo ha avuto il coraggio di difendere sulla scena pubblica questa pratica di azione diretta contro l’Alta Velocità. Un uomo che oggi si trova vergognosamente bersagliato dalle ipocrite critiche di chi fino a ieri ne tesseva le lodi.
    Il rito di unione civile e politica era avvenuto un paio di anni fa, sotto il Regno dei Cieli di Venaus. Il Movimento No Tav e lo scrittore Erri De Luca dopo un breve fidanzamento erano convolati a opportune nozze. Il primo si era subito innamorato di questo intellettuale di fama, non solo favorevole alla causa, ma capace persino di dargli dei punti difendendo pubblicamente forme di lotta estreme. Il vecchio poeta catto-comunista era riuscito a compiere una impresa pressoché impossibile al ceto politico del Movimento, pronunciare quella parola contraria alla legge per legittimarla. Fino a quel momento, davanti agli atti di sabotaggio contro l’Alta Velocità c’era stata solo la presa di distanza dei capi-bastone autoritari o il silenzio imbarazzato dei loro sguatteri libertari. Ma il clamore suscitato dalle parole di De Luca ha sconvolto lo scenario, ringalluzzendo molti animi tenuti al guinzaglio della politica. Grazie ad Erri De Luca, il sabotaggio era stato «sdoganato».
    Incriminato e portato a processo per quella sua dichiarazione, l’intellettuale era stato naturalmente difeso dal Movimento che da poco ne ha festeggiato l’assoluzione. È stato bello vedere la sintonia di chi si era giurato eterna fedeltà, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, promettendo di amarsi e onorarsi finché… finché…
    Beh, finché l’inutilità non li avesse separati. Oggi Erri De Luca, l’ex-amico politico da amare, è diventato il nemico politico da ripudiare. Una volta inghiottito e digerito il boccone del sabotaggio, non serve più. Anzi, tutt’altro. Pare che certi No Tav abbiano riscoperto alcuni lati non tanto oscuri della sua personalità talmente fastidiosi da spegnere tutta la loro passione nei suoi confronti.
    Ad esempio, lo sapevate che si tratta di un accanito sostenitore dello Stato di Israele? Bella scoperta, ma questa è acqua calda. Già nel settembre del 2013, all’indomani della notizia della sua denuncia da parte di Ltf, qualcuno aveva rimarcato «quel filo rosso sangue che Erri De Luca non vuole vedere» e che unisce No Tav e Palestina. Come si può difendere la lotta contro l’occupazione militare italiana della Val Susa e al tempo stesso sputare su quella contro l’occupazione militare israeliana della Palestina? Già, come? Ma questa domanda per l’appunto era già stata posta qualche anno prima ed allora il Movimento No Tav, tutto infoiato dai suoi calcoli strategici, scelse di restare zitto e indifferente. Ed ora invece, che fa, d’un tratto si scandalizza?
    C’è stata poi l’intervista concessa da De Luca alla rivista dei servizi segreti. Che conceda interviste a destra e manca, va bene, ma agli 007… Ehhh, questa ottusità ideologica militante che non prende mai in considerazione l’aspetto umano! Ma mettetevi nei suoi panni! Lui ricorda bene i tempi in cui i servizi segreti italiani, dieci giorni dopo il sequestro Moro, avevano ipotizzato che proprio lui, responsabile del servizio d’ordine romano di Lotta Continua, fosse coinvolto in quell’azione. Ma come si fa a non capire, a non cogliere la squisita soddisfazione di rivincita che avrà provato nel fornire esegesi bibliche proprio a chi lo voleva seppellire in galera? Perché tanto scandalo? In fondo si è limitato a rassicurare che «in passato si è parlato di Servizi segreti deviati che intralciavano indagini. Ne eravamo diventati diffidenti. Ora non è più così: i Servizi sono percepiti come un sistema di sicurezza che serve a difendere tutti, come dimostra la lotta al terrorismo internazionale. La raccolta di informazioni è vitale per un Paese». Va bene, ciò contrasta la convinzione secondo cui dietro (alcuni) sabotaggi del presente contro l’Alta Velocità ci siano i soliti servizi segreti deviati, ma, insomma, in fondo le lotte popolari insegnano che occorre sempre un po’ di elasticità mentale e di mancanza di pregiudizio. Dopo tutto De Luca ha fatto quel che fanno tanti kompagni, adeguandosi alla situazione nel corso di un’intervista.
    Ma a far traboccare il vaso dell’indignazione No Tav sono state le parole di condanna da parte di Erri nei confronti del sabotaggio contro l’Alta Velocità avvenuto a Bologna lo scorso novembre, la sua condivisione di quanto sostenuto al riguardo da Salvini: un fatto da delinquenti che meritano solo il carcere. Ma davvero si vuole imputare a Erri De Luca di aver condannato oggi un sabotaggio contro l’Alta Velocità, ovvero di aver fatto ciò che il ceto politico del movimento No Tav ha fatto ieri più e più volte? Di questo passo, fra un po’ qualche kompagno potrebbe restare male nello scoprire che il magistrato più amato dai No Tav ha fatto finire in galera un bel po’ di rivoluzionari (fra cui i veri sequestratori di Moro), o che i capibastone di cotanta lotta si siano rivelati sbadati indicatori di polizia…
    Ecco perché non capiamo. Dove sta la novità? Perché adesso Erri non va più bene? La vulgata No Tav non ha sempre sostenuto (o avallato col silenzio) che non importa ciò che si è o si fa, che ciò che conta è essere No Tav?
    Una grande storia di condivisione & di lotta non può finire per simili bazzecole, quisquilie, pinzillacchere. L’indignazione ipocrita è roba da minchioni, solo l’ipocrisia storica ha le carte in regola per far vincere mature battaglie politiche.

  11. Il significato del sabotaggio

    George Orwell

    Ho da poco fatto una chiacchierata sulla politica della terra bruciata che ha un ruolo di primo piano in questa guerra; il che mi porta in modo del tutto naturale a parlarvi del sabotaggio. Il sabotaggio è la tattica delle popolazioni sottomesse all’occupazione straniera, proprio come la terra bruciata è la tattica di un esercito in ritirata. Un breve accenno all’etimologia di questo termine permetterà di cogliere meglio i relativi meccanismi.
    Tutti hanno sentito parlare di sabotaggio. È una di quelle parole introdotte in tutte le lingue; ma la maggior parte delle persone che la usano ne ignorano l’origine. Si tratta di fatto di un vocabolo francese. Nel nord della Francia così come nelle Fiandre, contadini e operai portavano pesanti zoccoli di legno chiamati sabot. Ormai da parecchio tempo alcuni lavoratori in rivolta contro i loro padroni hanno cominciato ad introdurre i propri sabot negli ingranaggi di una macchina in funzione causando gravi danni. Questa iniziativa nociva è stata chiamata sabotaggio. Da allora in tutto il mondo questo termine indica ogni atto compiuto in maniera deliberata col fine di danneggiare il materiale e di conseguenza mettere le imprese in condizioni di non poter funzionare.
    La maggioranza dei paesi europei sono attualmente sotto lo stivale dei nazisti, e non si può aprire un giornale senza leggere che in Francia, in Belgio, in Jugoslavia ecc. alcuni abitanti del luogo sono stati giustiziati per reati di sabotaggio. Ora, all’inizio dell’occupazione tedesca, le informazioni di questa natura erano molto meno frequenti. È dallo scorso anno che hanno iniziato a moltiplicarsi, soprattutto dopo l’attacco di Hitler alla Russia sovietica. L’amplificazione del fenomeno del sabotaggio, e forse ancor più la serietà con cui i tedeschi lo prendono in considerazione, la dice lunga sul giogo nazista.
    Se vi capitasse di ascoltare per radio la propaganda tedesca o giapponese, potreste notare senza dubbio che uno dei termini preferiti è la loro necessità di uno «spazio vitale», o Lebensraum. L’argomentazione è sempre la stessa. Essendo la Germania e il Giappone paesi sovrappopolati, rivendicano dei territori al fine di potervi stabilire i propri cittadini residenti all’estero. Questi territori, che i tedeschi pretendono siano poco abitati, sono la Russia occidentale e l’Ucraina; nel caso del Giappone, si tratta soltanto della Manciuria e dell’Australia. Per poco che prestiate credito alla propaganda nazista e prendiate in considerazione la politica fatta dai fascisti, vi accorgerete molto in fretta che il loro famoso «spazio vitale» è solo un pretesto: perché ciò a cui ambiscono veramente gli Stati fascisti non sono territori a scarsa densità abitativa ma, al contrario, zone fortemente popolate. È vero che i giapponesi si sono effettivamente impadroniti nel 1931 di una parte della Manciuria. Ma non hanno mai cercato seriamente di insediarvisi; e, dopo quell’aggressione, si sono lanciati alla conquista delle regioni più popolate della Cina, che hanno occupato. In questo momento stanno per attaccare le isole più popolate delle Indie olandesi per cercare di dominarle. Allo stesso modo, i tedeschi hanno invaso le parti dell’Europa più popolate e più industrializzate, che tengono sotto il loro giogo.
    Sarebbe perfettamente impossibile per i tedeschi colonizzare il Belgio o i Paesi bassi, o per i giapponesi colonizzare la valle dello Yang Tze-Kiang, nel senso in cui i pionieri colonizzarono l’America e l’Australia: quei paesi sono già molto popolati. Ma è ovvio che l’occupazione dei nazisti non ha nulla a che vedere con lo spirito pioniere. Il loro «spazio vitale» è solo un bluff. Non vogliono terre, vogliono schiavi. Cercano di assoggettare intere popolazioni per costringerle a lavorare per loro a basso costo. L’immagine che i tedeschi hanno dell’Europa è quella di milioni di persone che sgobbano per loro da mane a sera, che concedono loro il prodotto del proprio lavoro e ricevono in cambio solo di che non morire di fame. L’immagine che i giapponesi hanno dell’Asia è rigorosamente identica. L’obiettivo che i tedeschi si erano prefissati in un certo senso era stato raggiunto. Ma è proprio a questo punto che interviene il sabotaggio con tutto ciò che comporta.
    Gli operai fiamminghi che hanno lanciato i loro sabot di legno negli ingranaggi delle macchine hanno dimostrato così di aver preso coscienza della potenza, a dire il vero spesso misconosciuta, della classe operaia. La società intera si basa in definitiva sui lavoratori manuali, che hanno pur sempre la possibilità di destabilizzarla. I tedeschi non sanno che farsene dei popoli europei asserviti il cui lavoro non è affidabile. Una serie di sabotaggi non rivelati subito ed ecco che tutta la macchina da guerra tedesca si blocca. Qualche martellata assestata nel punto giusto è in grado di fermare il funzionamento di una centrale elettrica. Un semplice «errore» di scambio può far deragliare un treno. Una piccola carica di esplosivo permette di affondare una nave. Basta una scatola di fiammiferi — anche un solo fiammifero — per distruggere tonnellate di foraggio. Non c’è dubbio che atti analoghi si moltiplicheranno in tutta Europa. Le innumerevoli esecuzioni di sabotatori che gli stessi tedeschi annunciano al pubblico con manifesti affissi sui muri sono significative. In tutta l’Europa, dalla Norvegia alla Grecia, esistono uomini coraggiosi che, avendo colto la vera natura del dominio della Germania nazista, sono pronti a sacrificare la loro vita pur di combatterla. Questo tipo di lotta è cominciata fin dall’avvento al potere di Hitler. Durante la guerra di Spagna, ad esempio, poteva accadere che un obice caduto nelle linee repubblicane non esplodesse; una volta disinnescato, si scopriva che al posto della carica esplosiva conteneva sabbia o segatura: nelle fabbriche belliche tedesche o italiane, un anonimo operaio aveva rischiato la vita nella speranza che un obice, almeno uno, risparmiasse i suoi compagni spagnoli.
    Ma non si può ragionevolmente aspettarsi che intere popolazioni mettano la propria vita a repentaglio in questo modo, soprattutto quando si trovano sotto la sorveglianza della polizia segreta più efficiente del mondo. Tutte le classi lavoratrici europee, specialmente quelle nelle industrie chiave, vivono senza tregua né riposo sotto l’occhio vigile della Gestapo. È qui che entra in gioco un fattore a cui i tedeschi non sono in grado di opporsi praticamente: il sabotaggio passivo. Se non potete o non osate distruggere una macchina, potete almeno rallentarne il funzionamento ed impedire che giri a pieno regime lavorando nella maniera più lenta e improduttiva che si può, perdendo deliberatamente tempo, fingendo una qualche malattia, sprecando materiale. È estremamente difficile, anche per la Gestapo, determinare le responsabilità in questo genere di azioni: ne risultano dei continui blocchi occasionali che ostacolano la produzione del materiale bellico.
    Ecco messo in luce un fatto importante: chiunque rovini più materiale di quanto sia capace di produrne sabota con ciò la macchina da guerra. L’operaio che scientemente si gingilla sul posto di lavoro perde non solo il proprio tempo, ma anche quello degli altri: bisogna infatti sorvegliarlo, stargli costantemente addosso — il che significa assegnare altri lavoratori produttivi a mansioni improduttive. Una delle caratteristiche essenziali — si potrebbe perfino dire la caratteristica fondamentale — del dominio fascista è la quantità spaventosa di forze poliziesche di cui necessita. Ovunque in Europa, Germania compresa, ci sono veri e propri eserciti: SS, poliziotti in uniforme, poliziotti in borghese, spie e provocatori di ogni risma. Sono persone di una efficacia temibile che, finché la Germania non verrà battuta sul suo terreno, saranno probabilmente capaci di ostacolare qualsiasi rivolta aperta; ma rappresentano un enorme spreco di manodopera, e il semplice fatto che siano così numerose dimostra la natura delle difficoltà incontrate dalla Germania.
    Ad esempio, i tedeschi pretendono in questo momento di condurre una crociata europea contro il bolscevismo. Tuttavia non osano reclutare consistenti effettivi nei paesi europei occupati, perché non potrebbero comunque fare affidamento sulla loro combattività. Gli pseudo-alleati della Germania attualmente impegnati sul fronte russo rappresentano degli effettivi ridicoli in termini di numero. Allo stesso modo, i tedeschi non possono trasferire le grandi industrie d’armamenti fuori dalle loro frontiere: sanno bene che in tutti i territori occupati è in agguato il rischio del sabotaggio. E questo solo fatto in sé costituisce una grave minaccia virtuale. Ogni volta che questo o quel pezzo di un macchinario viene reso inutilizzabile o che un deposito di munizioni esplode in circostanze misteriose, i tedeschi devono raddoppiare le precauzioni affinché non si ripetano incidenti simili; il che comporta maggiore vigilanza, più forze poliziesche, più infiltrati e, all’inizio, un numero maggiore di uomini che devono essere sottratti all’apparato produttivo.
    Se i tedeschi fossero davvero in grado di raggiungere l’obiettivo che si erano prefissati all’inizio — ovvero, disporre di duecentocinquanta milioni di europei, tutti uniti a lavorare per loro a pieno ritmo — forse sarebbero anche in grado di superare la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e la Russia sovietica in materia di produzione di armi e munizioni. Ma questo non è possibile, perché non possono contare sulla cooperazione dei popoli conquistati ed il rischio del sabotaggio è onnipresente. Quando finalmente Hitler cadrà, i lavoratori europei che perdono tempo, sprecano materiale, simulano malattie e danneggiano macchinari nelle fabbriche, avranno giocato un ruolo non trascurabile nella sconfitta del Grande Reich.

    [Radio BBC, 29 gennaio 1942]

  12. Congegni: “Miserie, macerie di Torino”
    29 dicembre 2015 14:45
    stradafranaDicembre è mese di regali e bilanci, e se il dodicesimo mese dell’anno 2014 ci portò in regalo una bella delazione da parte degli autonomi torinesi, seguita dal balbettio di buona parte del “movimento” anarchico, “solo” un anno dopo e dopo esser saltati dai binari alle tortuose stradine di montagna, alcuni sindacalisti della rivolta ci offrono un notevole bilancio utile per tutti i palati avvezzi all’ingollo compulsivo di tutto ed il contrario di tutto.

    Ci troviamo dunque innanzi, in questo inverno che più assomiglia ad una primavera, ad un bilancio che più sa di furbesca giustificazione davanti alla platea sbadigliante degli “ingollatori”.

    Si sa, durante le “feste” ognuno si abbuffa di quel che vuole o può.

    Qualche giorno fa è uscito un testo, tanto lungo quanto povero e a tratti sfacciatamente revisionista, dal titolo “Tornanti”, ad opera dei tipi di “Macerie, storie di Torino” o, visti i tempi che furono, “Miserie, macerie di Torino”.

    Perché parlare di un testo come quello appena citato, soprattutto quando è palese l’abisso ideologico e pratico che ci divide? La risposta è semplice: stupisce e continua a stupire la guizzante capacità di alcuni nel muoversi costantemente sul filo del ridicolo riuscendo spesso a risultare non solo credibili ma -per chi è alla cerca sempre preti dalle cui labbra pendere- addirittura autorevoli.

    Come spesso accade nel puro stile “miserie” il testo è piuttosto lungo e ridondante e ricco di ambiguità e scivolosi non detti, nonché di un malcelata compiacenza di sé.

    Se l’introduzione è trascurabile e poco interessante subito dopo troviamo l’unica parte del testo sensata ma, appunto, ridondante visto quanto se n’è parlato in questi due anni e passa trascorsi dall’attacco al cantiere di Chiomonte, ovvero l’esegesi dell’articolo 270.

    Altrettanto noiosa è l’apologia della solidarietà “popolare” dove tra l’altro si omette di indagare il senso di quest’ultima, nata grazie al passivismo ideologico del quale si sono fregiati i 4 “notav” imprigionati, nonché i loro solidali; ci sarebbe da chiedersi come i “sinceri vallocratici” di movimento avrebbero valutato l’accusa e l’opportunità di solidarizzare con 4 “anarchici” ed i loro compagni se questi negli anni avessero tenuto posizioni chiare e nette sull’autoritarismo e la presenza di preti, sindaci, magistrati, e quant’altro all’interno del movimento del trenocrociato…domanda da eludere, ovvio…

    Il Ridicolo…

    Ebbene di qui in poi i nostri cominciano a camminare sul famoso filo.
    Si inizia con la scoperta dell’acqua calda: nel movimento esiste un problema di “rappresentanza”, dovuta alla presenza fisiologica all’interno di tutte le esperienze simili, di personaggi carismatici, che non rivestono -sia mai, il movimento non lo vuole!- un ruolo di autorità ma bensì di autorevolezza, con il risultato/problema di trasformare ogni dichiarazione di questi figuri nella posizione “ufficiale” di un movimento informale che però -ed è palese agli occhi (aperti) di chiunque abbia assistito a qualche coordinamento dei comitati- nella maggior parte dei casi accetta sempre di buon grado sia le analisi che le “decisioni” di questi “leader occulti” riconoscendone e avallandone la linea.
    Susseguentemente i nostri si chiedono, da bravi intellettuali di lotta: “ma sarà nato prima l’uovo o la gallina?” e la risposta è: “difficile a dirsi…” insomma i sagaci alfieri del popolarismo nel domandarsi se effettivamente le affermazioni di alcuni siano dovute alla capacità di questi ultimi di “fiutare” i movimenti dello stomaco movimentizio o se questo stomaco si muova in base al boccone preparatogli dai vari leaders la risposta è una sorta di Epoché figlia dell’evidente volontà di non approfondire una questione che potrebbe dare risposte non proprio gradite ai nostri sul ruolo ed il senso, nonché i limiti dei movimenti popolari.
    La lettura di questo passo potrebbe lasciare effettivamente sconcertati coloro che negli anni hanno denunciato sia la progressiva gerarchizzazione di movimento, sia la mancanza di un elemento di critica radicale degli strumenti comunemente accettati dai più all’interno del movimento trenocrociato, fino al mimetismo delle frange di movimento anarchico più ammiccante alle masse; se certe dinamiche sono state chiare e lampanti per molti individui, per i “NOTAV anarchici” invece pare siano novità di oggi, e altro non potrebbe essere, è più facile “ammettere” di essere stati “distratti” piuttosto che riconoscere la limitatezza della tattica dell’entrismo populista e del sindacalismo della rivolta, metodi a quanto pare cari ad un certo insurrezionalismo torinese piuttosto restio all’autocritica, nonché al faismo più reazionario.

  13. La commedia dell’arte…

    Dal ridicolo si passa poi alla commedia dove i nostri, analizzando con estrema perizia la storia dell’arte sabotatoria strappandola dalle mani dei pacifisti e pacificati leaders di movimento dimostrano con sottili giri di parole come come questa non sia da ascriversi univocamente -come fu fatto a suo tempo dal Perino in una triste assemblea di popolo cui purtroppo finii per essere presente- alla tradizione di un certo pacifismo e di come comunque anche quest’ultimo non sia necessariamente contrario alla violenza, senza però entrare nel merito della spinosa questione del rapporto tra sabotaggio, attacco al potere, e appunto violenza e non violenza: “tema interessante! Ma purtroppo manca tempo e non è tema strettamente inerente alla trasmissione, ci premuriamo di prepararne una dedicata…” questo mi par di sentir risuonare nella stanza leggendo il testo…Eppure nonostante la questione sembri risultare -leggendo il testo- così chiara, c’è voluto decisamente parecchio tempo prima che i nostri decidessero di dire la loro…avranno avuto “cose più importanti” cui pensare…

    Ancora più patetico è il riferimento al regalino dell’anno scorso, alla delazione ed a tutte le questioni uscite fuori da quel vaso di pandora.
    L’affaire “Burabacio” viene sostanzialmente banalizzato affermando: “(…)L’obiettivo era semplice: inveire contro le azioni di Bologna e Firenze e chi le aveva sostenute, per tentare di scongiurare la possibilità che assieme a una certa pratica si diffondesse anche un certo modo di organizzarsi.” Mirabile. Non una parola sulla delazione e sul suo significato storico e “politico” ma il tentativo di limitare la questione ad un tentativo, che effettivamente c’è stato, da parte degli infami autoritari di Askatasuna di tenere stretto il timone della dirigenza tecnico/politica della parte di movimento più “radicale”. Il perché è chiaro, affrontare pubblicamente la delazione avrebbe voluto dire affrontare anche i delatori, con tutto ciò che comporta; dal dicembre 2014 ad oggi invece i nostri hanno continuato a dividere palchi, piazze, merende con gli infami senza batter ciglio, e questo per non perdere posizioni nello scacchiere politico di movimento ed anche a fronte di ciò che le discussioni nate a seguito di quelle vicende vengono nuovamente bollate come semplice polemica da stadio: “non rompere il gioco dell’equilibrio politico!” ecco il mantra che ne discende.

    Potrei scrivere ancora molto riguardo a questo opuscolo, ma ritengo che sia più interessante che ognuno si faccia la propria idea e che lo legga di par suo.

    A mo di conclusione…

    Una cosa però mi preme rilevare. Il testo esce qualche giorno dopo la “vittoriosa” sentenza che di fatto ribadisce come i 4 cavalieri notav siano solo dei giovani irrequieti e non dei terroristi; la questione è quasi “risolta”, superata, è arrivato il momento di trarre conclusioni e togliersi qualche piccolo sassolino dalle scarpette da gran ballo popolare sfruttando ovviamente l’opportunità politica di trattare certe questioni solo a “vicenda risolta”, quindi senza più il rischio di mettere in pericolo la macchina della solidarietà che si era attivata in valle, un po come fecero a loro tempo i 4 martiri trenocrociati che aspettarono a rivendicare il loro gesto giusto il tempo che la cassazione ratificasse a mezzo sentenza che non si trattava di un’azione terroristica…
    Probabilmente da questo dicembre i 4 notav torneranno ad essere “anarchici notav” e chissà cos’altro uscirà dal cilindro dei radicals in salsa trenocrociata, da par mio spero di riuscire ad essere più coerente e non occuparmi davvero più di questioni legate alla valle che non c’è, certo che però quando ti viene offerto sul menù dell’opportunismo un testo simile stare zitti è davvero difficile…

    M.

    http://lincendiario.noblogs.org/post/2015/12/29/congegni-miserie-macerie-di-torino/

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