Edito, 9.08.2011

 

Ero fino a qualche tempo fa abituato a scrivere un editoriale per MONTAGNARD, una rivista che producevamo in proprio. Un mezzo d’informazione di montagna. Per e da la montagna. Un misto di attualità, avventura, storie e culture, fotografia, viaggi. Sogni, talvolta perfino…poesia. Ci abbiamo creduto con tutto noi stessi. Dieci anni di sacrifici molto alti. Non volevamo editore, non volevamo padroni. Volevamo scrivere in libertà, raccontare partendo dal basso senza vincoli e reverenze. Ci siamo sempre autofinanziati: abbonamenti, qualche sostenitore e sponsor. Difficile compito, molto difficile. Abbiamo lavorato più per trovare i soldi che servivano a scrivere, che per scrivere e fare giornalismo. Brutta realtà. Quella del giornalismo indipendente è una speranza troppe volte frustrata. Un ideale stentato e precario.

Tutto è finito per le solite ragioni. Mancanza di soldi, crollo soprattutto dell’appoggio da parte dei diversi sponsor. Abbiamo tentato una campagna abbonamenti più incisiva. Ma niente da fare. La gente ci diceva che il giornale era bello e interessante. Fuori dal coro. Indipendente. Ma intanto erano sempre troppo pochi quelli che sceglievano di fare una sottoscrizione. Di pagare un abbonamento annuale, addirittura 29 euro… per 6 uscite…Ora siamo a spasso senza lavoro.

 

Non abbiamo dato la responsabilità a nessuno. Ci mancherebbe. La responsabilità di questo stato di cose è sempre collettiva. E’ di sistema.

L’informazione oggi, nel nostro paese ma anche fuori, versa in uno stato molto preoccupante. Viene da chiedersi se ha ancora un senso fare informazione. Se abbiamo realmente bisogno di essere informati su ciò che avviene nel mondo. I meccanismi sono troppo complicati e contorti. Perfino perversi. Molteplici le problematiche. Ne elenco alcune, mi piacerebbe d’ora in avanti approfondire insieme a voi.

 

Dispersione in un bacino di dati troppo grande e lontano: una nazione, il mondo. Polverizzazione dei significati: complessità di punti di vista e versioni. Tendenziosità: ognuno difende una parrocchia. Legami vincolanti verso gruppi d’interesse economico e politico. Quindi uso strumentale e finalistico. Forzature nelle versioni. Cinismo. Pochissimo servizio al cittadino.

Sul piano normativo: finanziamenti pubblici che finiscono esclusivamente alle testate legate a grossi gruppi d’interesse politico e finanziario (partiti, lobby).

Da un punto di vista di filosofia del giornalismo… ricerca di un’oggettività puramente formale e di facciata. Inconsistenza dell’obiettività: ha senso ricercare il cosiddetto giornalismo anglosassone?

Valori democratici che diventano semplice sublimazione democratica della realtà. Tutto viene salvato, redento. Non è certo bello, ma è inevitabile e alla fine fa parte del supposto gioco dialettico. Democrazia “venduta” come sistema invincibile, impareggiabile. Che non accetta smentite, non ammette vere domande su stesso. Un contenitore. Involucro vuoto, che non si vuole far vivere al proprio interno. Bello fuori, ripeto, vuoto dentro.

 

Il giornalismo sulla Maddalena in questi due mesi e mezzo è quello che tutti abbiamo potuto vedere. Un palcoscenico montato ad arte. Dove si danno per certe le conclusioni finali, senza ammettere qualsiasi confronto di partenza sulle premesse. Dove una volta ancora si parte da tesi precostituite per giungere a risultati precostituiti. Dove i fini veri sono ben altri e non vengono certo allo scoperto.

 

Un giornalismo che genera rabbia, frustrazione. Allontana il cittadino-spettatore. O lo convince in modo forzato e generico. Pochi possono, sanno farsi una propria opinione scendendo in campo personalmente. Pochi ancora, anche se il loro numero cresce, adoperano le informazioni che reperiscono sul web.

 

E poi Internet è il vero toccasana? Forse una giungla anche lì. Certo più libera e sfaccettata. Ma pur sempre il rischio di un bazar che contiene tutto e il contrario di tutto. Bisogna pensarci, farsi qualche domanda in più.

 

Credo in un giornalismo che pone questioni. Intercetta domande. Tenta con umiltà di raccogliere risposte, elaborazioni in via di trasformazione continua. Relativi, non assoluti. Credo che il giornalismo sia frutto del sentimento e della sincera passione. Prima che il freddo resoconto di una presunta realtà o di qualche verità. Credo che il giornalismo debba mettersi al servizio del dibattito civile, non delle liti e delle lotte fra parti. Credo che esso possa fare molto finché ha l’umiltà di focalizzare sulle questioni locali, su un territorio, su una popolazione. Senza pretese troppo estensive. E da locale con altrettanta modestia lasci intravedere il legame con la complessità e con le questioni globali. Credo in un giornalismo che non fissi certezze, che non dia nulla per scontato. In un giornalismo d’inchiesta. Anche quando è scomodo e pericoloso. Credo nella sua inamovibile indipendenza. Credo in un giornalismo fatto anche dal basso. Nell’autoproduzione dei contenuti dell’informazione. La gente può autonomamente informasi e al tempo stesso informare. Ma di nuovo senza presunzione ed arroganza. Perché il rispetto, la giusta proporzione, l’umiltà, il saper condividere e relativizzare sono il sostegno per tutto.

 

Aiutateci a fare informazione su queste basi. Noi siamo qui. Attendiamo i vostri contributi. Anche e forse soprattutto, quelli dei tanti colleghi giornalisti.

Come un giorno ho scritto a mano su un foglio appoggiato per terra insieme alla mia telecamera in segno di protesta di fronte ai cancelli del fortino della Maddalena: “sono contento se verrò smentito, se dopo averli così a lungo chiamati e aspettati, i mie colleghi arriveranno quassù”.

 

Federico – TGM

Comments are closed.