EmergenzaEmilia

L’emergenza in Emilia continua. Come la solidarietà.

 

La visione di quelle macerie, a Cavezzo come a Mirandola e Carpi, lascia un senso di vuoto, di impotenza, di smarrimento. Quei capannoni crollati, quelle cascine semi distrutte, quelle case nel centro delle città… un centro vuoto, desolato, chiuso e con militari ad assicurare che nessuno varchi quei limiti. Zone rosse, zone vietate, come a L’Aquila, come in Valsusa. Non c’è traccia, a distanza di quasi due mesi dal terremoto, di interventi per la ricostruzione, come a L’Aquila, da quel lontano 6 aprile. C’è silenzio, un silenzio assordante, fino a quando non si arriva nei campi organizzati spontaneamente, da terremotati che hanno trovato subito la solidarietà di individui e gruppi che si sono mobilitati e che continuano ininterrottamente a portare aiuti, concreti e sul piano organizzativo, a riprova che proprio là dove lo stato fa pesare la sua assenza la solidarietà arriva spontaneamente e si diffonde, come un virus, un virus sano, che ti aiuta ad immaginare quella società diversa tutta da ricostruire.

CampoCavezzo

Il campo auto-organizzato di Cavezzo

A partire proprio da quelle macerie. Macerie di democrazia, si vedono in Valsusa, l’area del Clarea è distrutta, spianata, gli alberi ultracentenari sradicati, una doppia recinzione presidiata da militari, polizia, finanza, carabinieri e persino forestali è il chiaro segnale di un’opera contrastata dalla cittadinanza non solo valsusina, ma da tutta Italia, ormai. Macerie di democrazia anche nelle città del modenese più colpite dal terremoto, dove meno di un terzo degli sfollati ha scelto di andare nei campi della Protezione Civile, gli altri hanno montato delle tende vicino alle loro abitazioni o si sono aggregati in campi auto-organizzati, che hanno ricevuto e continuano a ricevere supporto e aiuti da tutta Italia. Arrivano anche da L’Aquila i ragazzi e le ragazze delle Brigate di Solidarietà Attiva, ed arrivano da Torino e dalla Valsusa i tanti attivisti, anche NO TAV, che da settimane continuano a raccogliere aiuti e portarli nei vari campi.

TendaMagazzino

Si lavora, organizzando il materiale nei magazzini tirati su con tende e teli, suddividendolo e poi, grazia alla mappatura dei campi auto-organizzati, distribuendolo secondo necessità, con un lavoro certosino di “censimento” per capire a chi serve più acqua, a chi più pannolini per bambini, a chi materassi, reti, tende o cibo. Finito il pranzo  3 furgoni entrano nel campo, arrivano da Varese, anche loro sono “auto-organizzati”, hanno visto il messaggio con l’elenco del materiale richiesto dal campo di Cavezzo su Facebook e ora sono qui, con un carico di solidarietà. Non è Facebook la soluzione, ma certo è il mezzo che ha permesso a molti di conoscere la reale situazione dell’Emilia a quasi due mesi dal terremoto, ed è il mezzo attraverso il quale la solidarietà prende forma, si organizza e si traduce in azioni concrete.

 

“Non c’è ancora abbastanza reazione da parte della gente”, ci spiega Aurelio, “stiamo lavorando molto per aggregare e non è semplice, perché la maggioranza degli sfollati ha preferito montare una tenda vicino a casa e ora c’è la parte più difficile, girare di casa in casa, fare noi quel censimento che le amministrazioni comunali non hanno saputo fare, verificare le esigenze e unire le forze, perché il 29 luglio finisce teoricamente lo “stato d’emergenza” e molti non hanno ancora potuto verificare l’agibilità delle proprie case o delle aziende e attività commerciali, le scosse continuano e c’è ancora molta paura”. La stessa cosa che ci racconta la proprietaria del bar che si affaccia sul giardino della piazza dove alle 18, a Mirandola, si è tenuta la seconda assemblea dei campi auto-organizzati.

Assemblea Mirandola

“Sono stata qui per due mesi, tenendo aperto il bar anche H24 perché in questi giardini c’erano almeno 140 persone, nelle tende, tutti avevano bisogno di acqua, di cibo, di stare insieme, di non essere lasciati soli. Per la paura delle scosse ho dovuto allontanarmi per una settimana, non riuscivo più a stare in un luogo “chiuso”, non riuscivo più a dormire, ma poi sono tornata perché volevo essere utile. Per noi commercianti il lavoro è finito, il centro è chiuso, la gente non c’è più e non ha punti di riferimento, siamo stati letteralmente “abbandonati” dallo stato, se non ricostruiscono e se non risolvono il problema di chi ha perso la casa o il lavoro, saremo tutti obbligati ad andarcene. E’ uno schifo.” C’è rabbia nelle sue parole, c’è quel senso di smarrimento che vediamo anche in qualche coppia di anziani che passeggiano osservando gli annunci che i commercianti hanno messo nelle grate che limitano la zona rossa. Negozi che hanno riaperto, altrove, non hanno un posto, una bacheca, un punto dove poter informare la loro clientela.

Ma lungo la via ci sono anche dei container, uno in fila all’altro, presidiati da forze dell’ordine: sono le banche “mobili”, gli sportelli che le banche hanno prontamente organizzato per dare continuità al servizio. Quelli sono arrivati subito. E dire che sarebbe servito altro, come i bagni che mancavano nei vari campi, come quell’ombra che non c’è e che rende dei “forni” le tende, anche quelle che il Rotary inglese ha prontamente regalato ad uno dei tanti campi della zona.

Dal campo auto-organizzato di Carpi arrivano le uniche notizie positive, qui il comune ha agito con prontezza e la situazione sembra la migliore, ma dal confronto durante l’assemblea sembra chiaro che si tratti di un’eccezione, perché dagli altri campi emerge un quadro ben più drammatico, “i soldi teoricamente stanziati non sono mai arrivati ai nostri comuni”, spiega Aurelio, “comuni che sono ormai tutti al fallimento, e già dichiarano che quei 50 milioni sono finiti”. Finiti, ma sarebbe interessante sapere dove e come sono finiti. “Non c’è trasparenza nella gestione delle operazioni, la DiCoMac, Direzione di Comando e Controllo, ha di fatto sollevato i sindaci ed i cittadini da un coinvolgimento che era invece necessario, ed ha accentrato le informazioni e le decisioni che, proprio come a L’Aquila, vengono prese in deroga alle normative esistenti. Quasi come a L’Aquila, con la differenza che adesso sembra che Protezione Civile a parità di “poteri” abbia mezzi decisamente inferiori, quindi oltre ad essere tagliati fuori dalle decisioni abbiamo anche meno aiuti a disposizione”.

Aurelio è determinato, sa bene che la ricostruzione dipenderà da loro, dalla capacità dei cittadini non soltanto di organizzarsi per gestire al meglio gli aiuti che spontaneamente arrivano da tutta Italia, ma anche e soprattutto nella ricerca della coesione necessaria per essere “voce in capitolo” nei processi decisionali fondamentali, per “fare pressione” sulle istituzioni e non lasciare che dietro annunci propagandistici si lascino solo macerie.

L’assemblea si confronta sul come organizzarsi, come aiutare i cittadini oggi isolati, come raggiungere le famiglie più disagiate, come unire le forze e riattivarsi, dal basso, per ricostruire la bassa, ben spiegato dai volantini che presto arriveranno a tutti i cittadini.

Ripartiamo insieme da quelle macerie. Ripartiamo insieme, per ricostruire.

Perché la libertà… basta volerla.

Simonetta Zandiri – TG Maddalena

The NO TAV for the earthquake victims’Emilia Romagna (ITALY)

Sunday, June 3, 2012, a small convoy of four trucks and a car, part of the Val di Susa, Torino and Pinerolo, to bring aid to the Emiliani brothers affected by the recent earthquake. Exit of Reggio Emilia, we expect friends linked to movement NO TAV, which often come to visit the valley. Lead us to Reggiolo (RE), where in a warehouse made available by a local firm, we collect the goods. During unloading of vehicles, we receive an invitation to dinner from the local civil protection we accept gladly. The field of PC is about a mile from the warehouse. During the short drive, we cross a police patrol who saw our flags displayed on the media immediately reverses the march and we sugue to the parking lot to identify all, we were not even in Val di Susa. About twenty minutes and we return the documents, we have lunch and decide to bring a little thought to a baby born the day before on an ambulance. Brief round of phone calls and find that the hospital is small Marysol Guastalla with her mother and father. We climb on the means and within minutes we are outside the hospital, the father welcomed us very warmly at the entrance, go up two of our traveling companions with him to know the little one. The time for a short visit and deliver it to Dad a gift for her baby. Moments full of emotion, really listening to the acknowledgments received, it was a beautiful day that will surely replicheremo, because the harvest continues in the coming days and will depart from the valley at a time other means of Emilia. We leave to return home to around 22 we were all home, tired but happy. A big thank you to everyone who helped us to help.

 

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