IMG_1170Rievocano spettri del passato, gli anni della lotta armata ancora una volta marchiati come terrorismo e lo fanno con la stessa disonestà di sempre trasformando, omettendo, selezionando accuratamente solo episodi utili a sostenere  l’accusa di terrorismo evidentemente sproporzionata per un’azione di sabotaggio. Svaniscono così le torture, scompare Nicola Ciocia, torturatore di Stato meglio noto come Professor De Tormentis, non una parola sulle disumane pratiche di waterboarding, sui manganelli infilati nelle vagine o sui peni bruciati con elettrodi, , perché lo Stato deve indossare la maschera del garante di quel diritto  cancellato da pratiche che l’hanno oltraggiato e cancellato anche dalla nostra memoria, complice una stampa da sempre inserita in quel meschino gioco di potere per il quale si è disposti a narrare una realtà distorta pur di mantenere la propria pedina in quella scacchiera. La Procura di Torino mette in campo addirittura il suo massimo rappresentante, Maddalena,  per sostenere con tutto il suo peso una requisitoria nella quale spiccano duri attacchi ai colleghi della Corte di Cassazione, rei di aver archiviato e respinto per ben due volte le accuse che dipingevano quell’azione come condotta con finalità di terrorismo, colpevole anche la Corte d’Assise che in primo grado avrebbe persino “minimizzato queste vicende”, perché “finché non ci scappa il morto è difficile riuscire ad utilizzare la parola terrorismo”. E allora quelle sentenze che pesano come un macigno diventano dettagli, quelle sì vengono minimizzate dalle parole del Procuratore Generale che ribadisce che le stesse non devono essere vincolanti in questo procedimento, chiaro monito ai giudici popolari ai quali è demandata l’ultima parola nel merito di questa vicenda.
Le gabbie, questa volta vuote, dell’aula bunker, sembrano riempirsi, parola dopo parola, di improbabili nemici dello Stato, rievocati come ad indicare una continuità tra passato e presente, un oggi in cui quattro anarchici No Tav sono accusati di avere “nella loro testa azioni contro la legalità”, ed ecco l’orwelliano psicoreato,  colpevoli di aver saputo distinguere tra “giusto e legale, come hanno affermato nelle loro dichiarazioni spontanee dalle quali Maddalena prende solo quei frammenti che si incastrano con quel “salto di qualità” che avrebbe fatto la lotta al TAV con questi “imputati” che “non sono il movimento, perché il movimento è una cosa, questi imputati sono cosa diversa”. Cancellata così anche quella manifestazione popolare che il 10 maggio 2014 vide sfilare in una Torino blindata migliaia di persone in solidarietà con i No Tav accusati di terrorismo.
L’eterno distinguo tra  buoni e cattivi, tra chi il dissenso lo esprime in un corteo il cui percorso è concordato con la Questura, sventolando una bandiera o scegliendo la delega alle urne e chi invece (come se dovesse forzatamente esserci una contrapposizione) preferisce l’essere contro che va oltre il “contrario”, inteso come esprimere un “legittimo dissenso”,  e che si assume la responsabilità con quell’azione diretta che lo Stato di diritto non può tollerare perché se esce dal solco della legalità perde automaticamente ogni giusta ragione che ne stia alla base, alla radice. Colpevoli di terrorismo, ma con tanto di cappello, con il riconoscimento che non si tratta di “ragazzacci ribelli, riottosi che fanno scherzi di cattivo gusto”. No, pur di raggiungere l’obiettivo di portare a casa una condanna, utile monito ad ogni lotta che in futuro possa anche solo immaginare di tentare di “costringere i pubblici poteri dal compiere o dall’astenersi dal compiere” una qualche scelta (legittima, ma non implicitamente giusta), il Procuratore Generale Maddalena riconosce agli imputati il merito di essere “capaci di elaborare un pensiero politico, di attuare un’azione politica. Colpo di scena e, forse, la vera colpa: essere soggetti liberi, che agiscono fuori da ogni recinto e non delegano,  capaci di pensare e di trasformare il pensiero in azione. “Persone dotate di intelletto” e spirito libertario che devono pagare il prezzo di una lotta che solo pochi giorni fa festeggiava la ricorrenza del decennale della liberazione di Venaus, evento che Maddalena collega in quella “lunga catena di episodi” che sembrano dover essere messi in un solo conto, da far pagare ai “cattivi-che-vengono-da-fuori”, di caselliana memoria,  con la richiesta della stessa condanna formulata in primo grado da Rinaudo e Padalino, 9 anni e sei mesi.

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Un attacco alla democrazia“, a prescindere dalla presenza o meno di un danno grave che di certo non traspare dalle affermazioni dell’avvocato di TELT, ex LTF, che riduce il tutto ad “un attentato fallito”, aggiungendo sarcasticamente che la montagna ha partorito un topolino. Allora di quale danno stiamo parlando? Suggestivo ma scorretto il tentativo dell’accusa di indurre la giuria a non tenere conto di quell’intercettazione telefonica ritenuta affidabile dagli stessi PM in primo grado,  nella quale uno degli imputati nel procedimento concluso a maggio di quest’anno dichiara che “non si voleva fare male alle persone”. E allora il danno, quello grave, non sta nel dispositivo di sicurezza che dal 2011 circonda l’area del cantiere con un crescendo di forze dell’ordine e tecnologie con relativi costi, il danno non è neanche il costo di quel compressore incendiato in quella notte ma sembra essere il “pericolo di condizionamento delle istituzioni democratiche ad opera di minoranze violente”. Una sfida inaccettabile. Intollerabile. Da liquidare con la condanna più dura, punirne quattro per educarne decine di migliaia proprio oggi che la crisi miete un crescente numero di vittime mentre i governi si prostrano in straordinarie misure per salvare le banche, proprio oggi che il welfare subisce i tagli più gravi, oggi che la fortezza Europa prende forma, innalza muri, reti elettrificate, si barrica affinché i danni provocati dalle scelte avide delle multinazionali che hanno testa in Europa ma tentacoli ovunque, e dalle guerre in corso definite “legittima difesa”,  non disturbino la quiete del tempio dell’occidente democratico.

Qualche giorno fa l’avv. Novaro difensore di otto “proposti” per la sorveglianza speciale ha citato un passaggio del colloquio con Marco Polo da “Le città invisibili” di Calvino: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Loro hanno guardato l’inferno” ha spiegato Novaro all’udienza di qualche giorno fa, “il trattamento dei migranti, il problema degli sfratti “, le devastazioni ambientali in nome di un non meglio precisato progresso “e si sono schierati, questo un tempo si chiamava lotta di classe, si sono schierati coerentemente con le loro idee di anarchici, con strumenti spesso di rilevanza penale, sanno di doverne pagare le conseguenze”  ma in uno scenario come il nostro in cui la partecipazione democratica è davvero inesistente la scelta della presenza, della militanza e dell’azione diretta non può essere trasformata nella volontà di terrorizzare che da sempre è alla base di scelte militari pensate, organizzate e realizzate da STATI “democratici”!

La parola passerà alla difesa venerdì 18 dicembre ma, per quanto argomentato, preciso e a tratti ideologico possa essere il lavoro che i legali faranno per smontare queste accuse, è abbastanza ovvio che non sia delegabile e relegabile a quello che accadrà nella cornice dell’aula bunker la difesa politica della scelta di agire qui e ora, ciascuno secondo coscienza, perché questa è la libertà che verrà negata con una condanna e questa è la libertà la cui difesa spetta a chiunque abbia compreso che “essere il cambiamento che vogliamo nel mondo” oggi ha spazi sempre più ristretti e che senza l’assunzione piena e diretta di un’azione individuale prima ancora che collettiva nel contesto in cui si vive e nell’attualità del quotidiano le ricadute possono essere devastanti per tutti, anche per chi oggi resta in difesa di un sistema di privilegi che nega e calpesta i diritti a gran parte della popolazione mondiale e certamente dell’ambiente.

Ingiustizia sarà fatta, di nuovo. Se accettiamo ancora una volta l’inferno e ne diventiamo parte fino al punto di non vederlo più.
Due appuntamenti, quindi, il 18 per le arringhe dei difensori ed il 21 per la sentenza.

Riceviamo e diffondiamo appello per presidio 21 dicembre dalle ore 9:00 per sentenza.

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Simonetta Zandiri – TGMaddalena.it