Udienza per la sorveglianza speciale. Giovedì 21 maggio 2015
Dichiarazioni spontanee all’udienza per la “sorveglianza speciale” nell’aula 4 del Tribunale di Torino. Richiesta dalla Procura della Repubblica nei confronti di 8 attivisti che lottano per la difesa dei diritti degli immigrati, con o senza documenti, in quanto esseri umani.
Presenti sette di loro (per l’ottavo mancava regolare notifica), sei liberi e uno “in gabbia” letteralmente, con 13 guardie carcerarie a sorvegliarlo. Dopo le prime schermaglie fra accusa e difesa, il giudice Capello chiede ai “sorvegliandi” se vogliono fare dichiarazioni: uno legge un comunicato collettivo:
«Quasi un anno fa la Procura di Torino ha fatto arrestare noi e altri compagni, ed è riuscita a farci tenere sei mesi in cella o agli arresti domiciliari per aver lottato con tanti uomini e donne perché tutti abbiano una casa in questa città. Il prossimo 21 maggio ci presenterà invece il conto anche per decine di altri episodi di lotta per i quali non è riuscita – o prevede di non riuscire – a farci punire come e quanto avrebbe desiderato: questa volta chiederà al Tribunale di sottoporci alla sorveglianza speciale, grazie alla quale spera di recuperare il terreno perduto e di forzare l’inefficacia del diritto penale nel contrastare i conflitti sociali e punire chi vi partecipa.
È di questo che stiamo parlando, difatti, è di questo che parlano i fascicoli che la pubblica accusa ha prodotto per l’occasione: in quelle pagine non ci sono solo le biografie devianti di otto sovversivi, ma il ritratto di una città divisa e delle lotte che la attraversano. Da un lato chi ha tutto: il denaro, la forza della legge e pure gli strumenti della conoscenza. Dall’altro chi ha sempre di meno, schiacciato tanto all’angolo da considerare un privilegio avere un lavoro precario e sfruttato e un pericoloso concorrente chi è più precario e sfruttato di lui, chi vive ancora più di espedienti, chi è ancora più privato della cultura e della capacità di immaginare un mondo diverso. È sulle asprezze di questa frattura che abbiamo poggiato lo sguardo, e dalle scintille che ne scaturiscono che ci siamo lasciati scottare. Ci siamo schierati tutte le volte che abbiamo potuto e con i mezzi che avevamo, anche quando schierarsi voleva dire commettere reati. Per non commetterne avremmo dovuto voltare la testa quando una famiglia veniva sbattuta fuori di casa; ignorare le lotte di uomini e donne chiusi in gabbia perché troppo poveri per essere stranieri; essere altrove quando uomini messi al lavoro come schiavi si ribellavano ai propri padroni o quando truppe bene armate cercavano di imporre opere utili solo ad ingrassare affaristi e politici. Avremmo dovuto mettere a tacere, insomma, quel senso di giustizia che ognuno di noi si porta dentro e che viene offeso ogni giorno dalla violenza della legge e della economia.
E invece abbiamo scelto di non tacere. Di più, abbiamo sempre pensato che si possa, e si debba, mettersi in mezzo concretamente: l’abbiamo fatto in pochi quando eravamo da soli; in tanti quando altri erano con noi e da singoli gesti di resistenza si è riusciti a costruire una lotta che facesse ritrovare agli esclusi la forza di resistere, intravvedendo intanto la possibilità di vivere diversamente, senza ingiustizie sociali e sfruttamento.
La Procura ci dipinge come i capi di una congrega di malfattori, noi che non abbiamo mai voluto né ubbidire né comandare, oppure come degli incorreggibili. Chiedendo al Tribunale di punire noi pochi che saremo in aula il 21 di maggio vorrebbe in realtà spaventare i tanti che rimarranno fuori, nella speranza di prevenire che nelle strade ci sia ancora chi propone agli sfruttati di contendere il terreno portone dopo portone, metro dopo metro, a chi li costringe ad una vita di esclusione.
Se gli uomini del Tribunale le daranno ragione sarà un gioco tutto sommato facile per i questurini tenerci sotto stretta sorveglianza una manciata di anni. Ma dubitiamo che altri si lasceranno spaventare e siamo certi che, con noi o senza, resistenze e conflitti continueranno a dare grattacapi ai padroni di questa città, e alla Procura con loro.
Qualunque sarà la decisione che prenderanno, allora, avranno solo perso tempo.»

Altri prendono poi la parola ribadendo il loro sostanziale accordo con quanto espresso nel comunicato, ma puntualizzando alcuni aspetti del fascicolo corposo redatto dall’accusa che li riguardano personalmente.
(Vado a memoria, al termine di una pesante giornata, di certo dimentico e altero nel ricordo le parole effettive, chiedo scusa ma credo che la sostanza sia più o meno questa…)
F.: “Voglio far presente che le parole usate dai PM nei miei confronti sono altamente offensive, in quanto alluderebbero a chissà quali vantaggi io trarrei dal mio attivismo contro gli sfratti, i CIE e le ingiustizie che quotidianamente vedo; a qualunque profitto il PM Rinaudo alluda, non corrisponde da parte mia alcun fondamento, poiché svolgo attività lavorativa, sia pur precaria e saltuaria come l’attuale situazione generale del paese impone ad una massa di persone precarie e incerte sul loro futuro, ma comunque da questo lavoro traggo sostentamento, e non da supposti vantaggi, economici o politici, che mi si vorrebbero attribuire infangando la mia persona e il mio agire (faccio riferimento a frasi contenute a pag. 95 del fascicolo accusatorio). E inoltre, più avanti, a pag. 98, si insinua un uso illegale o improprio delle mie competenze informatiche: so usare il pc e lo uso per le cose accessorie alle lotte che quotidianamente porto avanti con determinazione per cercare di attuare nella pratica quella giustizia, negata ai più, che non si trova nelle leggi. Con la sorveglianza speciale mi si vorrebbe impedire di agire proprio in questo senso, e io intendo comunque continuare a farlo.
A.: “Condivido quanto detto da chi mi ha preceduto, voglio solo precisare che da 25 anni mi comporto in modo tale che ora si chiede per me il provvedimento punitivo della sorveglianza speciale, ma da sempre il mio intento è stato quello di oppormi ai soprusi e difendere chi è colpito da leggi ingiuste, cosa che il più delle volte si verifica nell’area di 500 metri intorno alla mia abitazione, per cui l’obbligo di dimora non mi impedirebbe di continuare ad agire come al solito: nel mio quartiere le persone sono per lo più immigrati, con o senza documenti, o lavoratori che all’improvviso rimangono senza lavoro e non possono più pagare l’affitto, con padroni di casa esosi che ne pretendono lo sfratto senza badare se hanno famiglie numerose e figli piccoli. Spesso nel consiglio di classe di mio figlio (in quanto rappresentante dei genitori) mi capita di incontrare persone che mi chiedono aiuto, non devo andare lontano per lottare contro l’ingiustizia, per cui a nulla servirebbero le restrizioni imposte dal provvedimento. L’unico effetto sarebbe di impedirmi di lavorare, perché questo sì lo devo svolgere lontano dalla mia residenza: sono educatore di disabili che in estate accompagno ai soggiorni marini e la sorveglianza speciale mi impedirebbe di svolgere l’unica attività lavorativa che mi consente di sostentarmi. Inoltre mi si impedirebbe di frequentare le persone, gli amici, i compagni che condividono con me le scelte di lotta e di azione diretta, con un effetto non deterrente ma chiaramente punitivo.”
F.: “Mi dichiaro d’accordo con gli altri compagni per quanto riguarda le ragioni del mio agire; voglio precisare che non ritengo il lavoro in quanto tale un valore da tutelare, anche se purtroppo in questa società è l’unico modo che abbiamo per sopravvivere; quindi anche io devo lavorare, ma dati i tempi quel che ho trovato è un lavoro precario, stagionale, in nero quindi senza possibilità di documentarlo: faccio il pizzaiolo in uno stabilimento balneare sul Mare Adriatico, quindi non sarei in grado di mantenerlo se mi venisse comminata la sorveglianza speciale con obbligo di dimora, in quanto abito in un comune diverso da quello dove lavoro, con mia moglie che è agli arresti domiciliari, per cui mi chiedo se potrei continuare a convivere con lei. In ogni caso, non è un provvedimento amministrativo che può impedirmi di continuare a lottare contro le ingiustizie che ci circondano.”
P. (esce dalla gabbia, quattro guardie carcerarie lo circondano accompagnandolo): “Il testo dell’accusa, signor Rinaudo, è un pessimo copia-incolla che non tiene conto nel modo più assoluto della realtà: non si è neppure preso la pena di controllare quanto asseriva, visto che mi definisce privo di un lavoro regolare, uno che vive di espedienti ecc.: non ho nulla da ridire se qualcuno sottrae cibo ad un supermercato quando ha fame, ma nel mio caso posso contare, caso più unico che raro, su un contratto di lavoro a tempo indeterminato dal 2011; a meno che il sig. Rinaudo non sia al corrente di un’istanza di fallimento nei confronti della ditta per cui lavoro, che quindi chiuderà domani mattina, o non preveda che l’estensione del jobs act di Renzi farà diventare precari tutti gli esseri umani fra una settimana, io posso contare su uno stipendio mensile modesto ma per me sufficiente di 800 euro al mese, quindi le sue asserzioni sono del tutto prive di fondamento. Ho commesso e commetterò ancora reati perché per me è doveroso opporsi a leggi ingiuste che colpiscono duramente chi ha già una vita tanto difficile in quanto migrante o sfrattato o disoccupato, combatto quanto posso contro i lager di stato e non sarà certo la sorveglianza speciale a farmi desistere: certo, può farmi perdere il lavoro, perché ho turni che possono iniziare alle 8 di mattina o finire alle 10 di sera, e non potendo permettermi la macchina, essendo le linee pubbliche assai carenti mi troverei al di fuori dei limiti imposti dal provvedimento.
Un’ultima osservazione: ieri mi hanno arrestato con altri compagni e con la compagna che proprio ieri avrei dovuto sposare: signor Rinaudo, pensa che potrei prendere in moglie una persona che non condividesse le mie idee, le mie azioni e purtroppo le conseguenze penali? Ma sotto sorveglianza speciale non potrei frequentare persona pregiudicata, vuole trovarmi lei la moglie?

L’enorme mole di documenti presentata dai PM obbliga l’avv. Novaro, della difesa, a richiedere un rinvio per consentirgli un’analisi accurata, richiesta accolta dalla corte che fissa la prossima udienza per il 15 ottobre.

Daniela Pantaloni – TGMaddalena.it

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