Da quando ho intrapreso il viaggio per raggiungere la Palestina qualcosa è cambiato, un accordo per il cessate il fuoco concluso al Cairo e, apparentemente, di lunga durata, ha messo fine ai bombardamenti nella striscia di Gaza, con conseguenti festeggiamenti per una non meglio precisata vittoria. Già. Perché qui non sembra cambiato quasi nulla.

Sono in WestBank, a Nablus, una città con circa 130mila abitanti. Anche qui dopo l’annuncio del cessate il fuoco ci sono stati i festeggiamenti, non particolarmente partecipati, con immancabili fuochi d’artificio.
Ma l’occupazione continua. Il numero dei prigionieri politici è in aumento, mediamente ogni notte Israele entra nelle case dei palestinesi per rapire (arrestare) 20-25 persone. Ogni notte.
Ieri è arrivata la notizia di un ferito grave al check point di Qualandyia:l’esercito ha sparato ad un uomo che era alla guida di un veicolo che riportava a casa dei lavoratori palestinesi, ferendolo gravemente. L’uomo ha perso il controllo del mezzo, che è uscito di strada. Fonti israeliane dicono che “il veicolo abbia tentato di oltrepassare il checkpoint” ma, se avete presente come sono fatti diventa difficile credere che si possa tentare di oltrepassarlo. Quello che è certo è che le sue condizioni sono molto critiche e un altro palestinese ha riportato ferite. Quando si parla di condizioni “critiche” il rischio è altissimo, un altro martire?
La notizia, di ieri (2/09/2014), sta uscendo con sfumature diverse. Ora alcune fonti (israeliane) sostengono che si trattasse di un “attivista di Hamas”. Ecco, la parola magica per giustificare ogni omicidio, ogni esecuzione, perché di questo si tratta. Di esecuzioni. Se le condizioni critiche si trasformassero in un decesso, sarebbe giustificato: era un “terrorista”. Punto.
Noi sappiamo solo il suo nome: Muhammad Naeem Sabri Qini, di Nablus.

Ed è proprio a Nablus che, nella notte, l’esercito fa inaspettatamente un’incursione, in più zone, attaccando violentemente e distruggendo anche un asilo. E’ l’una, quando sentiamo il primo botto e non ci vuole molto a capire cosa sta succedendo. Un altro, dopo pochi secondi, è una sound bomb. Andiamo verso la strada che porta alla piazza grande di Nablus e la prima cosa che incrociamo è il convoglio di blindati della border police israeliana. Camminiamo facendo finta di niente, non è facile, siamo 3 donne, da sole, nel cuore della notte in una città che sta per essere attaccata.

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Raggiungiamo la piazza centrale, la duar, non c’è nessuno. Uno shebab, anche lui con lo sguardo perso alla ricerca di altri shebab, ci accompagna, seguiamo il suono ormai sempre più vicino, fino a quando troviamo altri attivisti. La situazione non è chiara, l’esercito sta attaccando in più punti, troviamo un punto più vicino ad una delle postazioni assicurandoci (si fa per dire) una via di fuga, con la telecamera cerco di filmare. Gli shebab urlano, battono con le pietre sui pali per una protesta rumorosa, vedo i laser che ci puntano, stanno prendendo la mira. Pochi secondi e parte il primo colpo, un lancio teso, con una potenza ben più alta di quella dei lanciatori in dotazione alla nostra polizia, il fumo è denso, brucia, ma siamo attrezzati, pochi secondi e torniamo al nostro posto. Si nascondono dietro un’automobile, “lo fanno sempre”, ci racconta uno shebab, “perché sanno che noi non colpiremmo mai le macchine dei palestinesi”. Loro invece se ne fregano e continuano a spararci colpendo le automobili vicino a noi. Sono le due, poi le tre di notte. Una sound bomb mi cade a distanza ravvicinata, pianto un urlo e poi scoppio a ridere. Succede anche questo, una risata, prima o poi, li seppellirà.

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Non c’è uno scontro, c’è quasi una sfida da parte degli attivisti che resistono urlando verso i militari e lasciandosi trapassare dal puntatore laser. Samantha grida con forza, in inglese, “cosa state facendo nel cuore della notte? Siamo internazionali, vi stiamo filmando, tutto il mondo vedrà cosa state facendo”. Sparano ugualmente, ma per fortuna si limitano a lacrimogeni, anche se continuano a mirare ad altezza uomo.

laser

Poco dopo le 3:30 se ne vanno, ci spostiamo, il gruppo insegue i blindati, passiamo vicino alle case dove sono entrati, distruggendo tutto. Poi passa un taxi, forse è il caso di usarlo per tornare a casa ma capiamo subito che c’è qualcosa che non va, sulla portiera c’è del sangue, l’autista ci racconta che ha appena portato un ferito grave all’ospedale di Nablus, può portarci li’ per raccogliere la testimonianza. Sono quasi le quattro, decidiamo di andare.

Taxi
In ospedale c’è un via vai di shebab, si sentono le urla dei feriti, è devastante. Passa un ragazzino, ha 14 anni, è stato ferito da un proiettile che gli ha trapassato il braccio sinistro. Oltre al dolore sul suo volto si legge la paura, lo shock. Il mostro fa questo. Lo fa continuamente e colpisce volutamente i più giovani.

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Nell’altra stanza il ferito continua a gridare, esco, ho bisogno di una boccata d’aria, tutto questo è doloroso!

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Ci dicono che possiamo filmare, ma non riusciamo ad andare oltre perché quel dolore richiede rispetto. Come quel padre che piangeva per il figlio, non era necessario comprendere le sue parole per sentire il suo dolore.

Siamo tornate a casa, quasi all’alba. Abbiamo condiviso le prime informazioni sui social, alcune immagini, e qui il racconto di Samantha Comizzoli.
Qualche ora di riposo poi, in mattinata, il video è pronto.

Veniamo a sapere che oltre a Nablus sono stati attaccati altri villaggi e all’alba, sempre a Nablus, i blindati hanno attaccato uno dei campi profughi, a Nablus. Il mostro non si ferma mai.

Se le notizie di ieri non erano rassicuranti, l’evoluzione delle ultime ore lo è ancora meno. L’esercito ha sparato sulle imbarcazioni di pescatori che erano nel limite delle 6 miglia, ieri, mentre oggi ne ha arrestati due. E gli accordi?
Oggi è anche peggio, a Gaza c’è stata un’incursione dell’esercito a Rafah, per la prima volta dopo il cessate il fuoco, mentre gli F16 volano nuovamente sui cieli di Gaza.

La Palestina resta sotto occupazione. Della ricostruzione di Gaza si parla tanto, ma i materiali non possono entrare. Le foto con le ceste piene di pesci per il primo giorno di tregua a Gaza spopolano sul web, ma l’esercito spara ai pescatori e li arresta. Il muro è ancora li’. Il mostro continua a terrorizzare.

Guardate cos’ha fatto a questo ragazzo, solo adolescente, e giudicate voi. L’intervista è di due giorni fa, la sua vicenda è iniziata a marzo di quest’anno.

 


C’è qualche vittoria da festeggiare, qualcosa che mi sono persa?
Perché io qui vedo solo un paese ancora sotto occupazione militare.

 

S.Z., Nablus, Palestina. 3 settembre 2014.

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