Mahatma_Gandhi_1“Non violenza e codardia si accompagnano male. Posso immaginare un uomo armato fino ai denti che sia, in cuor suo, un codardo. Il possesso di armi implica un elemento di paura, se non di vigliaccheria. La vera non-violenza è invece impossibile ove non si possegga un indomito coraggio”.

“La prova del nove della non-violenza è che, in un conflitto non-violento, non vi sono strascichi di rancore e, alla fine, i nemici si tramutano in amici. Questo è, in sostanza, il principio della non-collaborazione non-violenta. Ne consegue che esso deve affondare le sue radici nell’amore. Il suo scopo non dev’essere quello di punire o di infliggere ferite all’avversario. Pur non collaborando con lui, dobbiamo fargli sentire che in noi egli ha un amico, e dobbiamo tentare di toccargli il cuore ogni volta che ci è possibile”.

 

“In un’epoca come questa, in cui la forza bruta detta legge, è quasi impossibile, per chiunque, credere che qualcuno possa rifiutare la legge della supremazia della forza bruta. Perciò ricevo lettere anonime in cui mi si consiglia di non interferire nella campagna della non-collaborazione, anche qualora da essa nascessero atti di violenza. Altri vengono da me e, presumendo che io, segretamente, stia tramando violenza, mi chiedono quando verrà il felice momento in cui le ostilità violente saranno apertamente dichiarate. Gli inglesi – mi assicurano costoro – non cederanno mai se non alla violenza, aperta o clandestina.

Altri ancora – mi si informa – credono ch’io sia il più gran mascalzone vivente in India, poiché non rivelo mai le mie vere intenzioni, mentre essi non hanno alcun dubbio ch’io, dentro di me, creda nella violenza al pari di quasi tutti gli altri”.

“Siccome la dottrina della spada è così radicata nella maggior parte degli uomini, siccome il successo della non-collaborazione dipende soprattutto dalla rinuncia a ogni violenza dal principio alla fine, e siccome le mie tesi al riguardo determinano la condotta di un gran numero di persone, desidero precisare questi concetti nel modo più chiaro possibile.

Credo fermamente che, laddove non ci sia da scegliere che tra codardia e violenza, si debba consigliare la violenza. Perciò, quando il mio figlio maggiore mi chiese come si sarebbe dovuto comportare qualora fosse stato presente allorché io, nel 1908, venni aggredito e ridotto quasi in fin di vita (scappar via e lasciare che mi ammazzassero, oppure seguire il suo istinto e usar la propria forza fisica per difendermi), io gli risposi che sarebbe stato suo dovere difendermi, anche a costo di usare violenza”.

“Però credo fermamente che la non-violenza sia mille volte superiore alla violenza, che il perdono sia più forte del castigo. Ma l’astensione dal castigo equivale al perdono soltanto allorché si ha il potere di punire; non ha senso, invece, quando proviene da una creatura impotente. Un topo non perdona il gatto nel momento in cui non può far altro che lasciarsi sbranare. Io, perciò, apprezzo il sentimento di quanti reclamano l’esemplare punizione del generale Dyer e dei suoi pari. Lo farebbero a pezzi, se potessero. Ma non credo che l’India sia impotente. Non considero me stesso una creatura impotente. Solo, intendo usare la mia forza e la forza dell’India per uno scopo migliore”.

Non sono un visionario. Mi reputo un idealista pratico. La religione della non-violenza non è intesa soltanto per i rishi [saggi indù] e per i santi. È intesa anche per la gente comune. La non-violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito giace in letargo, nel bruto, ed egli non conosce altra legge che quella della possanza fisica. La dignità umana richiede che si obbedisca a una legge più alta: alla forza dello spirito.

Mi son quindi azzardato a proporre all’India l’antica legge del sacrificio-di-sé. Poiché il satyagraha e le sue diramazioni – la non-collaborazione e la resistenza civile – non sono altro che nuovi nomi per la legge della sofferenza. Quei rishi che scoprirono la legge della non-violenza nel bel mezzo della violenza eran dei geni più grandi di Newton. Ed eran guerrieri più grandi di Wellington. Benché esperti nell’uso delle armi, essi ne compresero l’inutilità e insegnarono a un mondo affranto che la sua salvezza non poteva venire dalla violenza, bensì dalla non-violenza”.

 

“Non-violenza, nella sua condizione dinamica, significa cosciente sofferenza. Non significa mite sottomissione alla volontà dei malvagi, ma comporta l’impegno di tutta l’anima a opporsi alla volontà del tiranno. Operando in nome di questa legge interiore, risulta impossibile per un singolo individuo sfidare tutto il potere di un ingiusto impero per salvare il proprio onore, la propria religione, la propria anima e adoperarsi per la caduta di quell’impero o per la sua rigenerazione.

Dunque, non chiedo all’India di praticare la non-violenza perché è debole. Voglio ch’essa la pratichi essendo ben conscia della sua propria forza, del suo proprio potere. Nessun addestramento alle armi è necessario per dispiegare questa forza. Si può credere di averne bisogno perché si pensa di essere soltanto un corpo inerte. Voglio che l’India si renda conto di avere un’anima che non può perire, ma che è capace di elevarsi trionfalmente al di sopra di ogni debolezza fisica e di sfidare il mondo intero”.

Non credo nelle scorciatoie violente al successo. Per quanto io ammiri i nobili motivi e simpatizzi con essi, sono incondizionatamente avverso ai metodi violenti, anche se al servizio della causa più giusta. L’esperienza mi ha convinto che un bene permanente non potrà mai esser frutto di non-verità e di violenza.

La non-violenza implica la volontaria sottomissione alle pene previste per la non-collaborazione con il male”.

“In questa età di grandi prodigi nessuno dirà che una cosa o un’idea non vale niente perché è nuova. Dirlo è impossibile, in quanto non sarebbe consono allo spirito dell’epoca. Oggi si vedono cose di cui un tempo non ci si sognava neppure, l’impossibile sta diventando sempre più possibile. Restiamo stupefatti, di continuo, di fronte alle attuali invenzioni e scoperte nel campo della violenza. Ma io sostengo che scoperte ancor più meravigliose, un tempo impensate e in apparenza impossibili, saranno effettuate nel campo della non-violenza”.

” La non-violenza è la più grande forza a disposizione del genere umano. È più potente della più micidiale arma che l’ingegno umano possa inventare.

Dobbiamo fare della verità e della non-violenza non materia di pratica individuale bensì di gruppi, di comunità, di Nazioni. Questo è comunque il mio sogno.

Vivrò e morirò per tentare di realizzarlo”.

 

(Mahatma Gandhi)

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