BrenneroNoBorders

Riceviamo e diffondiamo

Brennero runner, quando “quegli affari in pelle” vestono di nero e cercano il proprio spazio (*)

– L’anarchia non è assenza di ordine ma di ordini –

Eccoci o eccomi, dipende dall’ampiezza dello sguardo che ti poni, che sia con auto, pullman o treno siamo arrivati. Al confine, degli stati (volutamente minuscolo) di confini legislativi ma, oggi in particolare, dei diritti. Di qui apparentemente garantiti, di là, non che alla locuzione “di là” appartenga un preciso luogo, negati in nome della apparente garanzia di cui prima.
Lo stato di diritto si palesa in parata rigidamente organizzato in manipoli diretti da responsabili di piazza le cui piazzate sono ben note a molti dei presenti. Non che il loro grottesco le faccia scivolare nel ridicolo ma lo scivolare nel comico dell’ostento muscolare aiuta a stemperarne l’effettiva intimidazione. Poi, certo, le manganellate e il gas CS sono dolorose concretezze ma sono i sogni che muovono i continenti.
Oggi il sogno non è tanto di spezzare un circolo diabolico di odio al ribasso, ma se già ribadire che “ci siamo” non è poco, il passaggio onirico del resistere all’oppressione, concretizzato in questo valico scavato in milioni d’anni dai ghiacci, rilancia la propria dignità di ognuno dei partecipanti.
Quindi eccoci o eccomi qua. Scesi dal treno, in attesa di altri compagni in arrivo dal versante austriaco o in avvicinamento in auto da Trento.
Incassati tra le rotaie, gli edifici della stazione e i manipoli. Fotografati e filmati, novelle star, a memoria delle questure e ad intrattenimento, in tempo reale o in differita, del resto del pianeta (senza presunzione dal momento che il giorno dopo ho trovato anche un telegiornale giapponese che parlava del Brennero).
Termina l’attesa e ci muoviamo all’esterno della stazione dove troviamo il circo costruito, oserei dire anche inopportunamente, per accoglierci. Transenne dietro cui troviamo operatori video, fotografi, birri sparsi ed osservatori orfani di un qualche cantiere. Mi chiedo se quest’ultimi dispenseranno saggi consigli su come condurre un corteo e sostenere gli scontri.
Scontri che ci sono ben prima che siano visibili i nodosi legni e che si basano su di una concezione della libertà individuale diametralmente opposta, negli opposti contendenti, e che conduce chi libero a difendersi concretamente.
L’allargarsi di nuvole di gas trova pronti i compagni che danno stura alle bottigliette di bianca acqua indossando, o avendo già indossato, i necessari presidi di protezione.
Purtroppo ci vediamo costretti a ritornare sui nostri passi e a riprendere posizione nell’incassato tra rotaie ed edifici. I manipoli incalzano e riescono a inserirsi anche loro sulle traversine respingendo i resistenti verso l’esterno della stazione, prima, e la statale, dopo.
In questo frangente alcuni compagn* vengono “pinzati”, atterrati e colpiti vigliaccamente.
Ci si sposta verso l’autostrada, trovando il tempo di decorare adeguatamente una pantera bilingua, come peso da porre sulla bilancia della liberazione immediata dei compagn* ma il numero in riduzione dei resistenti rende vano il tentativo costringendoci a spostarci nuovamente sulla statale. Anche qui altri compagn* vengono rudemente fermati.
Alle nostre spalle appaiono diversi blindati e un camion munito di idranti pronti a tallonarci.
Alcuni compagni si interpongono riuscendo, con difficoltà, a bloccare i mezzi.
Ci stiamo muovendo sulla statale verso Vipiteno quando un gruppo di birri blocca il passaggio dando luogo a due successive cariche e riuscendo a bloccare altri cinque compagn*. Ci spostiamo sui prati a lato della statale sotto lo sguardo curioso dei viaggiatori dell’orient express il cui treno è bloccato sui binari. Spettatori di prima classe con maggiordomi e paggetti a fare compagnia.
Bloccati sul prato a pochi passi dai compagn* bloccati a terra, sono momenti duri, momenti che richiedono controllo. Li vediamo portare via salutandoli con il grido “libertà”.
La pressione cala, non la tensione. Lungo i prati torniamo indietro verso le macchine prima e la stazione dopo. Un treno ci attende. A seguire noi attendiamo parecchio, che ci vogliano fiaccare o impedire di scendere in corteo per le strade di Trento non è chiaro ma nello scorrere delle due ore troviamo il segno dell’ennesimo tentativo di annichilirci. Speranza vana, alcuni compagni riescono ad accedere all’impianto di filodiffusione dei treni e stemperano con un sound system improvvisato l’attesa nel mentre si fa strada di spostarsi sull’ultimo treno in partenza per Bolzano. Idea messa in atto e che induce il questore a dare il via libera al treno diretto a Trento. Si parte, chi è rimasto al parcheggio aspettando la nostra partenza ci saluta prima di muoversi a sua volta.
Il viaggio a singhiozzo ci porta fino a Trento, scesi sulle banchine e poi usciti nel piazzale constatiamo l’assenza di manipoli di qualsivoglia tipo. Nel viaggio si sono fatti i conti dei fermati ed arrestati, non è un bel contare. Per oggi possiamo allentare la tensione, domani chi può tornerà per dare voce alla solidarietà.

(*) Blade Runner come supremo richiamo alla libertà da parte di umanoidi (gli affari in pelle) usati per la guerra e i lavori sporchi, identificabili in quegli ultimi della terra, vuoi schiavi di negriera memoria o asserviti al potere economico con i contratti moderni.

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