Riceviamo e diffondiamo due contributi sulla lotta contro il TAP che stanno circolando in queste giornate:

UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA

La costruzione del gasdotto sembra essere diventata una minaccia relativa, chi sta dietro TAP anche. Possiamo sentirci tranquilli, la situazione è sotto controllo, studiamo ogni mossa, siamo super-iper informati, e poi lo dicono anche i giornali che sono dei mafiosi!
Ad oggi di primaria importanza resta però il reimpianto degli ulivi… ma prima di questo, sicuramente l’immagine mediatica. Come appariamo alle persone che ci vedono da casa? Non vogliamo di certo considerarci responsabili della morte di questi esuli alberi azzoppati! E poi come si potrà far combaciare bene gli incartamenti comunali con le pratiche di resistenza sul territorio?
Quelle pietre divelte lungo la strada suscitano più disprezzo del deserto che si palesa all’interno delle cancellate create dalla multinazionale, della brutalità delle forze dell’ordine, della repressione esercitata attraverso i mezzi di comunicazione, delle decisioni con stretta di mano tra capi di governo che incitano alla guerra e all’annientamento della vita!
Siamo ancora agli inizi, alla fase 0 dei lavori TAP, ma pare già che il nemico sia stato perso di vista e che le motivazioni che animano le proteste si sfaldino per dar posto al prevalere dei singoli personalismi, che impongono scelte dettate non si sa bene da cosa. Nelle migliori delle ipotesi dalla paura delle denunce e dall’ingenuità di chi crede che una mediazione con TAP può essere accettabile, oppure a pensar male solo da comportamenti di esclusione e critica verso chi giunge da fuori, chi è considerato forestiero, o verso chi crede che ora è il momento opportuno per dimostrare tutta la nostra ostilità, senza dover fare nessun passo indietro!
Gli esiti di questi atteggiamenti sono tangibili nella pratica, nei momenti reali di opposizione, di fronte ad operai che continuano a lavorare indisturbati nella messa in sicurezza di un cantiere che darà prima o poi risultati concreti, i quali non si limitano al solo espianto degli ulivi ma alla realizzazione dell’intera opera. In molti momenti “l’attivismo” di alcuni si è rivolto con toni di pura castrazione e censura verso chi in modo del tutto individuale credeva che restare a guardare non bastasse a farlo sentire con la coscienza pulita, e che lo scopo di prendere parte al  presidio fosse innanzi tutto quello di contrastare ogni fase di questo infame progetto.
Senza soffermarsi sulle singole prese di posizione, chi reclama di lasciar lavorare in sicurezza gli operai, o chi pensa che non è il momento storico per erigere barricate, dimostrando che dal passato ha ben poco capito, forse non ha ben chiare le motivazioni concrete che portano ad essere presenti in quelle campagne, oppure ha solo dimenticato gli atti di forza subiti pochi giorni addietro! Se vogliamo continuare a gironzolare intorno al presidio nei momenti di pausa dalle stressanti ore lavorative va bene, questo però non deve prevalere o escludere l’iniziativa e le potenzialità pratiche di lotta.
Una domanda sorge spontanea: a cosa siamo pronti a rinunciare? Ad un gruzzolo di alberi ormai compromessi o alla nostra dignità? Nella seconda delle ipotesi continueremmo a mediare e a farci prendere in giro da pedine senza scrupoli di una multinazionale, facendo così solo il loro gioco!


PRENDIAMO ATTO

PRENDIAMO ATTO che, quando si indica la luna, lo stolto guarda il dito. Ci si indigna più per un muretto a secco usato per costruire una barricata che per alcuni ettari di terreno circondati da muri in cemento e grate in ferro, sorvegliati giorno e notte da guardie private armate pagate da chi vuole imporre con la forza una nocività, con capo della sicurezza un contractor con pregresse esperienze in operazioni militari negli scenari bellici in giro per il mondo.
PRENDIAMO ATTO che il Comitato No Tap continua instancabile la sua opera di dissociazione da qualunque atto autodeterminato di opposizione alla realizzazione del gasdotto, opera di dissociazione che prosegue da anni e contribuisce a restringere il campo nelle indagini di polizia e a indirizzarle.
PRENDIAMO ATTO che il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, scavalcano in maniera autoritaria le decisioni prese collettivamente nel Presidio sorto per contrastare l’opera di Tap. Tra queste decisioni, la realizzazione di barricate e l’allontanamento di Tele Norba.
PRENDIAMO ATTO che questo superamento delle decisioni collettive diventa – nei fatti – una forma di collaborazionismo con Tap, a cui il Comitato No Tap ha già permesso una volta, col pretesto dell’invasamento di alcuni alberi eradicati e abbandonati al suolo, di reinstallare e rinforzare le recinzioni e provare a portare via dal cantiere un grosso camion dotato di gru, bloccato solo dalla rabbia dei manifestanti. Nessun invaso degli ulivi peraltro è stato attuato in quella circostanza. Di queste forme di collaborazionismo, il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, dovranno assumersi la responsabilità e rendere conto quando – e se! –  l’opera avanzerà e sarà realizzata.
PRENDIAMO ATTO che il Comitato No Tap, o alcuni suoi rappresentanti, strumentalizzano la rabbia e la protesta spontanea e sincera dei molti oppositori che Tap ha incontrato in questi giorni, ai fini di una passerella mediatica in cui millantare meriti che non hanno nel blocco temporaneo dell’opera. Senza l’opposizione diretta di molti nel corso dell’espianto degli ulivi, questo sarebbe proseguito e terminato entro due giorni, tra sterili lamentele e con buona pace della burocrazia e della Legge di Ministeri, Tar, Corti Costituzionali, Regione e quant’altro; gli stessi enti, la stessa burocrazia e la stessa Legge che hanno avallato ed approvato il gasdotto Tap. Non intendiamo fungere da manovalanza per nessuno.
PRENDIAMO ATTO che il Presidio No Tap, per mezzo dei social media di cui si serve per la propria comunicazione, ha trasformato il suo nome in Movimento No Tap, pretendendo con questa autoproclamata definizione di rappresentare ed essere espressione di tutto il molteplice e variegato fronte dell’opposizione a Tap. Lo riteniamo scorretto, in quanto non ci sentiamo rappresentati da idee, pratiche, contenuti e comunicati che vorrebbero parlare a nome di tutti. Ognuno parla per sé.
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui, costantemente, c’è qualcuno che tenta di passare per buono agli occhi dei media, facendo passare altri per cattivi.
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui c’è chi invoca la repressione, come fatto dal comandante dei vigili di Melendugno, il quale intrattiene una strettissima relazione con il Comitato No Tap e, di conseguenza, anche con il Presidio, oltreché dalla presidente provinciale dell’Arci, Anna Caputo, che ha definito “vandali” alcuni manifestanti: le sue dichiarazioni sono spazzatura. Ecco, un personaggio simile, da sempre in grado di invocare manette e galera, è considerato parte del Movimento No Tap?
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui l’assemblea del Presidio No Tap è comunque succube delle indicazioni dello stesso comandante dei vigili e del Comitato No Tap, che persiste nella sua opera di persuasione fino a che non ha ottenuto il risultato che voleva, come permettere a Tap di entrare nel cantiere.
NON PUÒ FUNZIONARE una situazione in cui ci si permette di paragonare a Tap, coloro che fino a quel momento gli si sono opposti, solo perché il metodo usato, peraltro deciso in forma assembleare dal Presidio, non è condiviso. Quando qualche anno fa il Comitato No Tap si è seduto varie volte allo stesso tavolo di Tap, per discutere con questa, nessuno ha osato paragonarlo a Tap, nonostante la non condivisione del metodo collaborazionista del Comitato.
SI È VOLUTAMENTE alzato un polverone su un muro usato per una barricata, senza fare una minima riflessione sul perché quelle barricate sono state fatte: impedire o rallentare i camion che dovevano espiantare e permettere alla persone di accorrere davanti al cantiere. Si è usata la paura che le famiglie di Melendugno avrebbero provato nel vedere quelle barricate, le stesse famiglie che hanno portato i loro bambini davanti alla polizia per impedirgli di passare, forse per nascondere la paura di chi vuole che tutto rimanga come sempre e torni nell’ambito della normalità. I blocchi stradali, i corpi che hanno impedito ai camion di passare e le barricate hanno rotto quella normalità, quella stessa normalità per cui i gasdotti si costruiscono e devastano la vita sociale e ambientale di un territorio.
PRESO ATTO di tutto ciò, continueremo a portare avanti la nostra opposizione alla realizzazione del gasdotto Tap, come facciamo da diversi anni a questa parte, nei modi e nei tempi che più ci aggradano, autonomamente o con altri a seconda che i nostri percorsi e le nostre pratiche si intrecceranno con quelle altrui.
AI TANTI VOLENTEROSI, coraggiosi e determinati, con cui in questi brevi ma intensi giorni di lotta abbiamo condiviso le ore, diurne e notturne, le esperienze e le speranze, l’intreccio dei corpi durante le sedute di resistenza passiva e i progetti futuri, diciamo che siamo disponibili ad incontrarci, in maniera realmente orizzontale ed autogestita, per continuare a progettare e manifestare la nostra viscerale ostilità a chi vuole realizzare il gasdotto, a chi vuole imporlo, a chi lo difende e a tutti i suoi collaborazionisti.

NEMICI DI TAP
disordine@riseup.net
Melendugno (LE), 11 aprile 2017

Sorgente: No TAP | Nocività – Due contributi critici | www.informa-azione.info

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  1. Suggerisco anche la lettura di questo contributo da Finimondo:

    A cosa serve l’Energia?
    Nemici di Tap

    «Protestano contro l’energia che passa sotto casa loro, però dentro casa la vogliono!», strepita in questi giorni il filisteo nazional-popolare davanti a quanto sta scuotendo un piccolo paese in Puglia, amplificandosi nel resto del paese. Scontri fra forze dell’ordine e oppositori davanti al sito che ospiterà un cantiere del Tap (Trans-Adriatic Pipeline), il gasdotto lungo circa 3000 chilometri che partirà dall’Azerbaijan fino alla Turchia (Tanap: Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline), per passare da Grecia e Albania, attraversare il mare Adriatico e giungere sul litorale leccese. In questa lotta dove non è sempre facile capire dove finisce la ragione e dove comincia il pretesto, il Salento non è solo.
    Standing Rock, per esempio, è una riserva indiana del North Dakota, negli Stati Uniti. Hythe invece è un piccolo villaggio di neanche mille anime, sperduto a nord della regione di Alberta, in Canada. Se lasciamo il Nuovo Continente per spostarci in Europa, in Germania troviamo Niederzier, comune di circa 15.000 abitanti della Renania Settentrionale-Vestfalia. In Francia, poi, vengono in mente parecchi luoghi, come la Haute Durance, nelle Alte Alpi, proprio al confine col Piemonte. Oppure piccoli paesi sparsi nella Borgogna, nella Haute-Vienne, nella Loira, o anche non troppo lontano da Parigi. Mentre in Finlandia si potrebbero citare Pyhäjoki e il golfo di Botnia.
    Qual è il filo nero che unisce tutti questi punti geografici? Non solo il fatto che anche lì siano in costruzione — o già attivi da anni, come nel caso tedesco — impianti per lo sfruttamento delle risorse energetiche, ma che questi progetti voluti ed imposti dall’alto stiano incontrando forti resistenze dal basso, con forme di lotta che spesso fuoriescono dall’angustia del dissenso legale per sfociare nella rivolta aperta (passando dalla tristezza delle petizioni all’ebbrezza del sabotaggio). Ora, in quanto sinonimo di forza che permette alla vita di manifestarsi, l’energia non corre pressoché mai il rischio di venire messa in discussione. Tutti la reclamano, poiché nessuno ama la debolezza, l’immobilismo, la paralisi (che accompagnano la mancanza di energia). Ciò fa sì che l’accumulo di energia, il reperimento e lo sfruttamento delle sue fonti, venga universalmente percepito come un fatto del tutto ovvio, sempre positivo e quindi benemerito. Si può criticare il ricorso ad una fonte di energia in particolare, ritenuta inquinante e pericolosa — come quella atomica — ma non il bisogno in sé di energia. E questo spiega il motivo per cui, da un lato tanti oppositori tendono più a criticare l’arroganza decisionale e le scelte tecniche con cui vengono portati avanti i vari progetti energetici piuttosto che il loro fine, dall’altro i fautori di questi progetti ostentano un sacro stupore ogni qualvolta si osa intralciare ciò che ai loro occhi rappresenta più o meno la continuazione della vita sul pianeta.

    Negli Stati Uniti ed in Canada, ad esempio, l’obiettivo delle proteste è un oleodotto petrolifero. Contro il Dakota Access Pipeline (Dap), lungo quanto i duemila chilometri che separano il North Dakota dall’Illinois e quasi ultimato, sono scesi sul piede di guerra molte tribù pellerossa, a partire dai Sioux. Oltre alle solite petizioni ed appelli alle autorità (fino allo scorso settembre se ne contavano ben 33.000), lo scorso aprile i discendenti di Toro Seduto hanno allestito un accampamento che voleva essere un centro per la conservazione culturale e di resistenza spirituale contro l’oleodotto, raggiunto da migliaia di manifestanti (fra cui molti bianchi). È qui, alla confluenza di due fiumi — in un luogo ritenuto sacro da parecchie tribù pellerossa — che si sono tenute diverse manifestazioni, nel corso delle quali sono scoppiati violenti scontri con le forze dell’ordine. Pare che i Sioux si oppongano al passaggio sul proprio territorio dell’oleodotto perché distruggerebbe siti storici e religiosi importanti per la loro storia e comprometterebbe le loro riserve d’acqua, inoltre la tribù non sarebbe stata consultata a sufficienza. Mentre la controparte, la Energy Transfer Crude Oil, insiste che quell’oleodotto — oltre ad essere il sistema più sicuro, ecologico ed economico per trasportare petrolio — aiuterebbe gli Stati Uniti a essere meno dipendenti da paesi politicamente instabili e creerebbe migliaia di posti di lavoro.
    Dall’altra parte del confine, in Canada, lo scorso 15 gennaio qualcuno ha usato i macchinari presenti nel cantiere per dissotterrare e distruggere un tratto di un altro oleodotto in costruzione, provocando danni per 700.000 dollari (ma senza causare versamenti nocivi per l’ambiente). Quella di Hythe è una zona ricca di tradizione, dove negli ultimi decenni sono avvenute centinaia di azioni dirette contro oleodotti di gas e petrolio. Proprio appena fuori Hythe viveva la comunità cristiana guidata da Wiebo Arienes Ludwig (il John Brown della lotta contro l’industria del gas e del petrolio), morto nel 2011 per cancro dopo aver affrontato diverse traversie giudiziarie (sospettato di essere autore di parecchie azioni, era stato arrestato mentre acquistava dinamite da un agente infiltrato). Un mese fa, dopo l’ultimo sabotaggio, un funzionario dell’Associazione canadese degli oleodotti energetici notava sconsolato che «nonostante la presenza del personale di sicurezza sul posto, se c’è uno o più individui là fuori che vogliono causare danni, possono entrare e provocarli mentre la sicurezza è dall’altra parte».
    In Vestfalia, nei pressi di Niederzier, c’è la famigerata miniera di Hambach. Lignite, ovvero carbone scuro, non petrolio. Attiva fin dal 1978, con i suoi 34 chilometri quadrati di estensione e la sua profondità di 450 metri, Hambach è il più grande buco fatto dall’essere umano in Europa. Nel corso degli anni, in quella zona, interi villaggi sono stati spazzati via dalla faccia della terra, divorati dall’industria del carbone — ritenuta oggi ancora più necessaria per evitare di ricorrere al nucleare — ed ora il suo previsto ulteriore allargamento minaccia anche l’omonima foresta per la cui salvezza si stanno mobilitando numerose persone. C’è chi costruisce piccole capanne sugli alberi dove va a vivere per impedirne l’abbattimento, e chi si dedica ad altre attività di disturbo. Fra questi ultimi, coloro che lo scorso 25 novembre hanno atteso la notte per attaccare con il fuoco alcune strutture della multinazionale energetica Rwe nei pressi della miniera. All’inizio di gennaio di quest’anno sono stati i binari della ferrovia della miniera ad andare in fiamme.
    Intanto, in Francia, ad essere messi in discussione sono sia le linee dell’alta tensione che i parchi eolici. Nella Haute-Durance si è perso il conto dei sabotaggi compiuti negli ultimi anni per protestare contro un progetto che, nelle intenzioni della Rte (Rete trasporto elettrico), avrebbe dovuto compiere un vero e proprio miracolo: attraverso la costruzione di due nuove linee dell’alta tensione, con centinaia di tralicci, riuscire a garantire non solo lo sviluppo di energie rinnovabili, ma anche quello della biodiversità del territorio! (sic!)
    La dipendenza dal nucleare gioca un ruolo importante anche nella diffusione dei parchi eolici, previsti in molte zone della Francia (come quelli già presenti in Puglia e in molti altri siti italiani). Ma anche in questo caso non mancano contestazioni ed azioni dirette che lasciano sbigottiti i fautori delle energie cosiddette pulite. Come i funzionari della società Epuron, multinazionale responsabile del parco eolico a Saint Sulpice les Feuilles, i quali si scagliano contro «una opposizione di principio da parte di persone a corto di argomenti, mentre noi giochiamo proprio la carta della trasparenza e dell’informazione». Loro promuovono una fonte di energia rinnovabile, non inquinante, quindi non capiscono perché in tutto il paese si registrino attacchi contro le torri erette per misurare la potenza e la costanza del vento: fra il 4 e il 5 aprile 2016 è crollata quella di Fertrève, nella regione delle Amognes, installata dalla Vsb su un terreno di proprietà del sindaco del paese; fra il 31 ottobre e il 1 novembre è stata abbattuta quella di Châtenay-sur-Seine, installata l’anno precedente dalla società Neoen; la notte dopo, quella fra l’1 e il 2 novembre, è toccato alla cittadina di Doizieux perdere (per la seconda volta nel giro di pochi mesi) la struttura edificata dalla società Abowind. Secondo il sindaco di quest’ultimo paese si è trattato di «un atto di vandalismo commesso da un piccolo gruppo di persone totalmente irresponsabili che non hanno altre ragioni di esistere se non l’intolleranza e la violenza di cui danno prova». Più di recente, nella notte fra l’11 e il 12 febbraio scorso, il “Collettivo dissidente di azione vento di rabbia” ha fatto crollare la torre eolica che si trova a Savigné, con grande sconforto della Res, l’azienda responsabile.
    Quanto alla Finlandia, non tutti sono disposti a permettere alla Fennovoima — partner dell’impresa statale russa Rosatom, unica al mondo in grado di fornire tutto il necessario per lo sfruttamento dell’atomo — di costruire la centrale nucleare Hanhikivi sul golfo di Botnia, in un progetto che vede coinvolte varie aziende internazionali. Oltre ai campeggi di protesta, e dopo un sabotaggio ad un macchinario del cantiere a Pyhäjoki avvenuto nel giugno 2015, nella primavera del 2016 il fuoco ha prima distrutto dei mezzi appartenenti alla ditta incaricata della sicurezza e poi bloccato la strada di accesso al cantiere per esprimere il rifiuto ad ogni dialogo, ad ogni confronto, ad ogni trattativa.
    Va da sé che ognuno degli oppositori dei vari progetti energetici in costruzione in tutto il mondo ha le proprie buone ragioni per battersi, dalla salvaguardia delle tradizioni a quella della natura e della propria vita. Ma esistono anche questioni più universali, le quali però raramente vengono prese in considerazione giacché metterebbero in discussione la stessa civiltà in cui viviamo. Una per tutte: a cosa serve tutta questa energia nella società attuale?
    Quando i funzionari di Stato e gli amministratori delegati delle multinazionali ci parlano di energia e della necessità di trovare nuove fonti di energia — che si tratti dell’atomo o del vento, del carbone o del gas — a cosa si stanno riferendo? Per quale motivo si preparano ad estrarre 7,4 miliardi di barili di petrolio dalle Bakken Formation nel North Dakota, o estraggono ogni anno 30 milioni di tonnellate di carbone dalla miniera di Hambach? Si preoccupano che i cibi non marciscano nei nostri frigoriferi, che le luci non si spengano nelle nostre case, che le nostre incombenze quotidiane non incontrino difficoltà, oppure che progredisca la produzione di merci, che sia alimentata la macchina da guerra, che non manchi mai il carburante dello sfruttamento e del controllo? È una di quelle banalità che, accompagnandoci 24 ore al giorno, si tendono a dimenticare: l’energia serve a far andare avanti, a far funzionare questo mondo, che non è certo fatto a misura di essere umano.
    Forse il modo migliore per rendersene conto è quello di dare uno sguardo alla storia dell’energia.

    Una storia che viene tramandata a partire da una menzogna, quella relativa alle transizioni energetiche. Queste transizioni non esistono, non sono mai esistite. Non si è mai passati dal legno al carbone, poi dal carbone al petrolio, poi dal petrolio al nucleare… La storia dell’energia non conosce transizioni, ma solo addizioni. Il che svela un’altra menzogna, quella sulle fonti di energia alternative da cui attingere per evitare l’impiego di fonti inquinanti. In realtà la nostra civiltà tende ad accumulare, non a sostituire. Il fatto che alcuni governi evitino di utilizzare una data fonte di energia non deriva certo da una preoccupazione etica, ma da una scelta strategica. La Germania, ad esempio, pur essendo leader nel settore dell’energia solare e (per ora) intenzionata a non usare il nucleare, è al tempo stesso il maggior produttore mondiale di energia derivante dal carbone, altamente inquinante (la miniera di Hambach è considerata la terza miniera più nociva in Europa). E in tutti questi anni il consumo del carbone, per quanto sia inferiore a quello del petrolio, non ha fatto altro che aumentare. Si brucia più carbone oggi che in passato.
    Storicamente le transizioni/addizioni energetiche non obbediscono ad una logica interna del progresso (le prime macchine a vapore erano molto costose ed inefficienti) e nemmeno ad una logica di superamento della penuria (gli Stati Uniti ricorsero al carbone anche se possedevano immense foreste). A prendere il sopravvento sono da sempre le logiche di potere, le scelte politiche e militari. Il caso del petrolio è emblematico. Il suo ruolo primario è legato infatti all’egemonia statunitense. Lungo il XX secolo il costo del petrolio è sempre stato maggiore rispetto a quello del carbone, sia in Europa che negli USA. La sua ascesa sarebbe quindi inspiegabile da un punto di vista meramente economico. Meno caro, il carbone ha tuttavia un enorme difetto: deve essere estratto dalle miniere pezzo per pezzo, caricato su convogli, trasportato per via ferroviaria o fluviale, poi caricato in altiforni che devono essere alimentati, sorvegliati, puliti. Ciò significa che il carbone fornisce a coloro che lo estraggono — i minatori — la possibilità di interrompere il flusso energetico che alimenta l’economia. Le loro rivendicazioni non potevano quindi essere ignorate dalla classe dirigente, che alla fine dell’800 ha visto nelle lotte dei minatori il fermento che ha portato alla comparsa dei sindacati e dei partiti di massa, all’estensione del suffragio universale e all’adozione di leggi sulla sicurezza sociale.
    La petrolizzazione del mondo corrisponde quindi al tentativo, da parte del governo degli USA, di indebolire i movimenti operai. Il petrolio viene estratto in superficie, è più facile da controllare e da trasportare, richiede meno lavoratori e con mansioni assai diversificate (cosa questa che ostacola la costituzione di potenti organizzazioni operaie). Uno degli obiettivi del Piano Marshall era proprio quello di incoraggiare i paesi europei — infestati dal virus sovversivo che aveva portato nella prima metà dello scorso secolo a numerose insurrezioni — ad abbandonare il carbone in favore del petrolio, e a tale scopo vennero stanziati cospicui fondi destinati alla costruzione di raffinerie.
    L’energia consumata dai singoli individui nelle loro abitazioni, quella tanto sbandierata dagli spot pubblicitari delle multinazionali energetiche, è assolutamente irrilevante a paragone di quella necessaria all’industria, civile e militare. Una singola azienda è capace di consumare ogni anno un’energia pari a quella usata a fini domestici dagli abitanti di un’intera città. Per non parlare della guerra, che divora energia a livelli inimmaginabili. All’epoca della seconda guerra mondiale ciascun soldato americano consumava un gallone di petrolio (3,7 litri) al giorno, salito a 9 galloni (33,3 litri) durante la guerra nel Vietnam, a 10 (37 litri) nel corso di Desert Storm e a 15 (55,5 litri) nella seconda guerra del Golfo. Le nuove macchine da guerra bruciano talmente tanta energia che il loro consumo non viene più misurato in litri ogni 100 km, ma in litri ogni ora. Un caccia F-15 brucia 7.000 litri di kerosene all’ora, un bombardiere B-52 ne brucia 12.000. Nel 2006 la sola aviazione statunitense ha consumato 9,62 miliardi di litri di kerosene.
    Sono esempi e considerazioni che ci inducono a riflettere su alcune questioni di fondo: a cosa serve veramente l’energia e chi trae profitto dal suo reperimento?

    Che il mondo stia vacillando sull’orlo dell’abisso è una consapevolezza, o anche solo una intuizione, che si sta diffondendo sempre più e che nessun anestetico mediatico-tecnologico è in grado di fermare. Cancellato dalla storia ogni orizzonte rivoluzionario, davanti ad un’umanità prona — ed in balìa di guerre, catastrofi, epidemie, esodi e quant’altro — si profila solo quell’estinzione che ormai sta diventando probabile anche per il più ottimista degli esperti. Non esistono scialuppe di salvataggio nella nostra titanica società. Per chi non vuole trascorrere l’attesa nella preghiera o nell’indifferenza, come per chi non intende capitolare davanti al fatalismo, non ci sono dubbi: bloccare tutto è il minimo che si possa tentare di fare.
    Le lotte in atto ovunque nel mondo contro lo sfruttamento delle risorse energetiche, oltre a sollevare la questione, ne danno la possibilità. La molteplicità e contraddittorietà delle loro ragioni non deve ingannare. Certo, a differenza del passato, nel terzo millennio è possibile che il desiderio di sovversione si incontri con la speranza di sopravvivenza su un medesimo terreno, quello che mira ad ostacolare e ad impedire la riproduzione tecnica dell’esistente. Ma è un incontro destinato a tramutarsi in scontro, perché è evidente che parte del problema non può essere al tempo stesso parte della soluzione. Per fare a meno di tutta questa energia necessaria solo a politici e faccendieri bisogna voler fare a meno di chi la cerca, la sfrutta, la vende, la usa. Le necessità energetiche di una intera civiltà — quella del denaro e del potere — non possono certo essere messe in discussione unicamente dal rispetto per olivi secolari e riti ancestrali, o dalla salvaguardia di foreste e spiagge già in buona parte inquinate. Solo una concezione altra della vita, del mondo, dei rapporti, può farlo. Solo ciò può e deve mettere in discussione l’energia — nel suo uso e nel suo fabbisogno, quindi anche nelle sue strutture — mettendo in discussione la stessa civiltà.
    Ed è questo l’incubo di ogni uomo di potere, preoccupato per i propri privilegi e per i propri introiti. Non è un caso se gli stessi burocrati dell’Unione Europea hanno indicato nell’energia uno dei suoi punti più sensibili: le fonti energetiche sono le «infrastrutture critiche» da proteggere a qualsiasi costo. Ecco perché il governo ha decretato che il Tap è un’opera «strategica». In un certo senso sa che gli esseri umani possono ben vivere (e anche meglio) senza tutta questa energia; lo Stato, no.
    Se si privasse questo mondo dell’energia che lo perpetua, cosa accadrebbe? Quell’apocalisse che i tutori dell’ordine giurano accompagnerebbe il blocco delle industrie e delle merci, con il suo ripetutamente evocato corollario di stupri, linciaggi e massacri vari, oppure l’emergere di un altro modo di vivere, più semplice e attento? Così come non è con la necessità dell’organizzazione sociale che ci faranno accettare lo Stato, o con la necessità dell’attività che ci faranno accettare il lavoro, allo stesso modo non è con la necessità dell’energia che ci faranno accettare centrali atomiche o parchi eolici, pozzi di petrolio o gasdotti. Non si tratta di dare energia pulita o economica a questa società mortifera — il solo problema che appassiona i periti cittadinisti della decrescita — si tratta di fermarla.
    Tagliare l’energia, opporsi a vecchie e nuove fonti energetiche non significa affatto voler far ripiombare l’umanità in un tetro oscurantismo: al contrario, costituisce una scommessa su un futuro infine libero dal ricatto della sopravvivenza e dagli ordini della politica e dell’economia, da scoprire sotto il segno dell’autonomia di tutti e di ciascuno.

    E, sempre sul tema NO TAP, anche questo post dal titolo eloquente: “Tra parassiti e avvoltoi”