Miserabili Uomini di Merda

Solo poche settimane fa accennavamo all’apocalisse etica in atto all’interno di tutta la società. Atteggiamenti considerati un tempo ignobili avvengono ora sotto gli occhi di tutti senza provocare alcuna reazione, all’insegna della normalità. Non suscitano più lo sdegno generale, al massimo vengono notati con rassegnazione, con curiosità, con indifferenza. Talvolta riscuotono perfino successo. Come se nulla fosse. Questa degradazione è trasversale, non conosce isole felici poste al riparo, ma intacca ogni ambito. Dai reazionari ai rivoluzionari, nessuno si preoccupa più di cosa sia giusto, ma solo di cosa sia conveniente. E, pur di ottenere ciò che è conveniente, si è pronti a fare o a giustificare qualsiasi comportamento, anche quelli più ripugnanti. Il rigore — ci viene detto e ripetuto — fa diventare rigidi, fa perdere occasioni. Meglio essere elastici. E poi il futuro non esiste; ci si può anche rilassare, ci si può anche sbracare. «Se le cose non possono migliorare», diceva qualcuno anni fa, «possono però pur sempre peggiorare». Oggi se le cose non possono peggiorare è solo perché il peggio si è già verificato. Deve semplicemente passare un certo lasso di tempo prima che tutti vengano a saperlo.

Noi, ad esempio, pensavamo che all’interno di quel letamaio che per convenzione linguistica si chiama Movimento il punto più basso fosse stato raggiunto due anni fa in quel del Piemonte. Ma ci sbagliavamo, doppiamente. Una settimana fa abbiamo appreso da un testo apparso in rete — Circa i fatti di Parma nella sede della RAF — che un punto ancora più basso era già stato toccato nel 2010 in Emilia. La lettura di questo testo ci ha lasciato storditi, increduli, nauseati. I fatti che vi vengono riportati sono talmente gravi ed enormi da non permettere sfumature mediatrici: qualcosa di infame è accaduto, in un senso o nell’altro, «fra compagni». O un disgustoso abuso sessuale o una terribile calunnia. Abbiamo trascorso intere giornate con l’animo incarognito, in attesa di una smentita parziale o totale di quanto scritto. I giorni sono passati e nessuno ha smentito. Ne deduciamo quindi che le affermazioni di quel testo siano vere, se non nel minimo dettaglio, quanto meno nella sostanza.
Ciò che è accaduto a Parma a partire dal settembre del 2010 la si potrebbe definire la tempesta perfetta dell’infamia umana. Più comportamenti aberranti si sono incontrati in un unico punto e nello stesso momento, si sono incrociati, alimentati a vicenda, scatenati reciprocamente contro un’unica persona, spazzando via ogni minima decenza. All’interno della sede della Rete Antifascista — si dice in questo documento — è avvenuto uno stupro di gruppo ai danni di una ragazza priva di sensi. Per compiere questo stupro è stato usato anche un fumogeno. Questo stupro, a cui hanno assistito alcuni spettatori, è stato filmato con un telefono cellulare. Il video è circolato fra molti compagni. Nonostante parecchi ne fossero a conoscenza, nessuno ha detto niente, nessuno ha fatto nulla. La ragazza vittima dello stupro è stata poi battezzata con un nomignolo spregevole. Alcuni anni dopo, il ritrovamento del video nel corso di una inchiesta giudiziaria relativa ad altri fatti ha causato l’apertura di una nuova inchiesta, questa volta per stupro. La ragazza, che in tutto quel tempo non aveva mai denunciato nessuno, è stata prelevata e sottoposta a interrogatorio. Sono i carabinieri a mostrarle per la prima volta il video, a metterle sotto gli occhi quel che aveva subito. Alla fine, sotto immaginabili pressioni, la ragazza ha firmato una deposizione e alcune persone sono finite sotto processo. E lei è stata insultata, minacciata e messa al bando da certi spazi di movimento perché considerata un’infame che ha permesso alla magistratura di incriminare alcuni compagni.
Noi non conosciamo questa ragazza, come non conosciamo le persone coinvolte a Parma. Ci fu un tempo in cui il nome di questa città era per noi abbinato agli occhietti vispi del Monello, il partigiano anarchico che non depose mai le armi contro il fascismo. Ma oggi il Monello non c’è più, la morte gli ha risparmiato l’affronto di venire a sapere cosa sia successo ad un passo da casa sua, in quella Parma che rischia oggi di acquisire la nomea della città in cui «gli antifascisti stuprano». Noi non abbiamo amici da difendere o non-amici da attaccare. Abbiamo solo la nostra coscienza, sgomenta per quanto è accaduto. Incapace (e senza alcuna intenzione) di stare zitta davanti a tale infamia. Una infamia inconcepibile fino allo scorso millennio, ma possibile e già in atto oggi, allorquando ogni rapporto viene vissuto in maniera strumentale, ogni idea viene considerata un orpello usa-e-getta, ogni etica viene percepita come limite ed impedimento da superare.

Una ragazza in stato di ebbrezza, priva di coscienza. Collassata per un eccesso di alcool o di droghe. Incapace di rendersi conto di quanto le sta accadendo attorno. È l’obiettivo preferito di certi maschi in fregola, vogliosi solo di sfogarsi biologicamente, senza dover aspettare che scocchi la reciproca scintilla, senza dover perdere tempo in corteggiamenti dall’esito incerto. Per costoro, una ragazza priva di sensi è la preda perfetta. Se non dice di sì, non dice nemmeno di no. E questo è un particolare importante, perché ci sono maschi in fregola che hanno perfino una coscienza delicata e degli scrupoli morali. Non vogliono passare per stupratori, non si considerano stupratori. Poiché non fanno domande, non hanno bisogno di ricevere risposte. «No» è sinonimo di stupro, lo sanno tutti, il silenzio invece apre quella zona franca che permette loro di usare un essere umano come se fosse una bambola di carne per poi dormire in pace con se stessi. Quando un «No» inequivocabile non viene pronunciato, loro si sentono a proprio agio. Non è stupro, perché non ci sono urla e singhiozzi. Non è stupro, perché non c’è resistenza fisica.

«Noi non siamo stupratori», dicono i diretti interessati. «Non sono stupratori», ribadiscono i loro compagni e amici (e avvocati). Tutti pronti a ricordare il detto secondo cui chi tace, acconsente. Per sbirri e magistratura, invece, non ci sono dubbi: quegli «antifascisti» sono stupratori. Che trionfo, per tutti i reazionari! Quante risate, per i fascisti! Quale scoop, per i giornalisti! Che batosta, per il movimento! Secondo alcuni, ciò costituisce un motivo in più per non usare la parola stupro, un motivo in più per difendere gli imputati, un motivo in più per prendersela con quella ragazza. Chi può dire, in tutta onestà, che prima di svenire lei non abbia lanciato sorrisi complici e sguardi maliziosi? Chi sa davvero cosa è accaduto quella notte? Ciò che è certo è che tre «antifascisti» sono alla sbarra: non uniamoci alla canea che li vorrebbe veder marcire in galera, non chiamiamoli stupratori.
Sì, è vero, non è piacevole ripetere il ritornello dei magistrati in aula di tribunale. Motivo per cui noi chiameremo i non-chiamiamoli-stupratori nell’unico modo che ci viene in mente, ciò che hanno dimostrato di essere al di là di ogni possibile dubbio: Miserabili Uomini di Merda. Perché bisogna essere proprio dei Miserabili Uomini di Merda per scaricare il proprio testosterone sul corpo inanimato di una ragazza priva di sensi. Perché bisogna essere proprio dei Miserabili Uomini di Merda per usare un fumogeno come sex toy (ricordate i parà italiani in Somalia nel 1993, quelli che stupravano le «belle abissine» usando un proiettile di artiglieria? stessa pasta subumana). E bisogna essere dei Miserabili Uomini di Merda anche per fare da spettatori a quell’atto sessuale, filmandolo col telefonino. Infine — e ci teniamo qui a sottolinearlo — bisogna essere dei Miserabili Uomini e Donne di Merda anche per venire a sapere quanto accaduto senza battere ciglio, per guardare quel video senza infuriarsi (magari ridacchiando e dandosi di gomito), per chiamare quella ragazza con quel nomignolo ripugnante, per tollerare e giustificare ciò che le è stato fatto, per continuare a respirare la stessa aria di chi si è macchiato di tale infamia, giungendo a minacciare la vittima per difendere i carnefici. E a noi non interessa affatto il verdetto che verrà pronunciato dal tribunale, non dobbiamo attendere di conoscerlo per esprimerci in merito. Non ci interessa cosa ne dirà la legge, sappiamo già cosa ci dice il nostro cuore.
Inoltre, bisogna essere dei Miserabili Uomini e Donne di Merda anche per accusare quella ragazza di aver dato in pasto tre compagni alla magistratura con la sua deposizione. Al di là del fatto che Miserabili Uomini di Merda simili possano essere considerati compagni solo da altrettanto Miserabili Uomini e Donne di Merda, ma poi in realtà è accaduto l’esatto contrario: è la ragazza ad essere stata data in pasto agli inquirenti, grazie a quel video che nella testa di questi Miserabili Uomini di Merda doveva essere il trofeo da esibire in ricordo della loro notte da leoni. Da quanto abbiamo capito, nella deposizione firmata da quella ragazza i carabinieri hanno infilato anche nomi di persone del tutto estranee ai fatti, poi prosciolte da ogni accusa. Chi si è visto trascinato in questa vicenda infame ha senz’altro un buon motivo per avercela con lei e sarà la sua coscienza a decidere se ricordare con ostilità o se, viste le circostanze, dimenticare per pietà. Ma ciò non giustifica comunque la logica del «tutti colpevoli, nessun colpevole» a cui si aggrappano i Miserabili Uomini e Donne di Merda.
Spacca il cuore il pensiero di come la «mia bella anarchia» del Monello e degli anarchici del 900 si sia decomposta a tal punto da diventare la nostra putrida anarchia del terzo millennio. In mezzo ai cavalieri dell’idea che ci hanno preceduto, tutto ciò non sarebbe stato possibile. Non sarebbe stato nemmeno lontanamente immaginabile. E non ci riferiamo a quanto è accaduto quella notte in via Testi a Parma — che un pugno di Miserabili Uomini di Merda si possono trovare ovunque e in tutte le epoche —, ma a quanto non è accaduto dopo. Perché, considerato il luogo in cui è avvenuto quello scempio e la bandiera con cui si avvolgono i responsabili, non è stata solo una ragazza di diciotto anni a venire violentata e umiliata: anche l’idea, anche l’etica, anche la dignità di chi sogna un mondo senza autorità e potere sono state violentate e umiliate, con lei, quella sera. E questo è un fatto che nella «bella anarchia» avrebbe fatto salire il sangue agli occhi, avrebbe fatto gridare vendetta, avrebbe immediatamente spinto i compagni più generosi a fare colletta per regalare a questi Miserabili Uomini di Merda una lunga vacanza in qualche reparto ortopedico. Ma nella nostra putrida anarchia non c’è rimasta più nessuna idea, nessuna etica, nessuna dignità. Il letamaio che per convenzione linguistica si chiama Movimento è composto per la stragrande maggioranza da compagni-per-caso, che si battono contro le forze dell’ordine come altri si buttano con il paracadute, che intonano slogan da corteo come altri intonano cori da stadio, che frequentano spazi occupati come altri frequentano discoteche, legati fra loro dal medesimo spirito di branco. Ecco perché non è successo niente dopo quella notte infame in via Testi a Parma. Perché chi non ha alcuna idea, alcuna etica, alcuna dignità da curare, ma solo un profilo Facebook, in quel video non ha visto alcun orrore — ci ha visto solo amici che se la spassavano con qualcuno di meno amico.
Eccola qui, l’apocalisse etica. Dopo la legittimazione della calunnia («un errore, una opinione non condivisibile, andiamo avanti») e prima della legittimazione della delazione («un errore, una pratica che non ci appartiene, riportiamo il discorso sui binari»), ci mancava solo questa. Cosa è avvenuto quella sera nella sede della Rete Antifascista? Un errore? Un eccesso di libidine, condivisa e informale, di cui pochi altri soffrono? Voltiamo pagina? In effetti, dopo una assemblea con dei delatori, un presidio in difesa di questi Miserabili Uomini Di Merda sarebbe anche logico. Si tratterebbe di un vero presidio di rivoluzionari, sia chiaro, mica di Miserabili Uomini e Donne di Merda che fra di loro si chiamano compagni. Gente capace di ricordarsi all’improvviso dell’etica per gettarla in faccia sia a questa ragazza, sia a chi l’ha difesa. Come si può de-responsabilizzare chi ha collaborato con gli inquirenti solo perché è stata vittima di un abuso? Già, fosse stata una leader di movimento, allora sì che la si poteva de-responsabilizzare. In quel caso l’etica sarebbe rimasta in tasca, tenuta ben nascosta sopra il culo. Questi Miserabili Uomini e Donne di Merda, a cui piace essere forti con i deboli e deboli con i forti, non smettono di rammentare che, avendo firmato la deposizione redatta dai carabinieri, questa ragazza è una infame (tecnicamente parlando). E questa per i Maramaldi dell’antifascismo è (tecnicamente parlando) una ottima occasione per sfoggiare tutto il loro coraggio e la loro coerenza.
Quanto a noi, ammettiamo la nostra viltà e la nostra incoerenza: quella ragazza non avrà il nostro disprezzo. La vita, sotto forma di Miserabili Uomini e Donne di Merda (prima senza e poi con uniforme), ha già infierito fin troppo su di lei. Il nostro disprezzo preferiamo riservarlo, e fino all’ultima goccia, a chi l’ha usata per una notte come latrina ormonale e a chi ha riso o taciuto per anni davanti ad una tale infamia.
[21/12/16]

Sorgente: MUM | Finimondo

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