MastrogiovanniQuando nel giugno 2014, durante un evento organizzato a Susa dalle Alvà della Clarea, ascoltai dalla voce della nipote di Mastrogiovanni, Grazia Serra, il racconto della drammatica vicenda corredato da immagini che non lasciano dubbi all’orrore di quelle ultime 87 ore, iniziai ad approfondire quella che sembra essere una delle nuove frontiere della repressione, la psichiatria, “uomini e donne presi con la forza, rinchiusi in un repartino psichiatrico, riempiti di psicofarmaci e il più delle volte legati ai letti, prigionieri che non hanno possibilità di parola”, così si legge nell’ultima pagina di un opuscolo sul TSO realizzato dal Collettivo Antipsichiatrico Francesco Mastrogiovanni

Il 31 luglio 2009 a Francesco fu imposto un TSO, era un maestro elementare, in quei giorni in vacanza e fu accusato di aver tamponato alcune auto, ma al posto della multa, il repartino. A firmare il TSO fu il sindaco di Pollica, Angelo Vassallo, mai indagato per la morte di Mastrogiovanni e a sua volta ucciso il 5 settembre 2010, lasciando senza risposta i molti interrogativi riportati anche in questa lettera di Avvocati Senza Frontiere [ Qui le dichiarazioni di Angelo Vassallo sul caso Mastrogiovanni, in un video del 30 settembre 2009 ]

Per eseguire il ricovero mandarono decine di carabinieri armati di tutto punto, perché Francesco aveva su di se il marchio dell’ANARCHICO. Era da anni nel mirino degli uomini in divisa, quelli “al servizio dello Stato”. In un rapporto di polizia venne definito “incompatibile ai carabinieri”, uno che canta “canzoni sovversive”. Basta a dichiararlo matto, torturandolo a morte. Nel 2012 su l’Espresso un’inchiesta di Francesco Turano, corredata da un video pubblicato con il consenso della famiglia, estratto dalle telecamere interne per la videosorveglianza, mostra l’orrore delle ultime 87 ore di vita di Francesco.

In una mattina di fine luglio del 2009, un vasto spiegamento di forze dell’ordine è andato a pescarlo, letteralmente, nelle acque della costiera del Cilento (Salerno) e lo ha portato al centro di salute mentale dell’ospedale San Luca, a Vallo della Lucania, per un trattamento sanitario obbligatorio. TSO, in sigla. Novantaquattro ore dopo, la mattina del 4 agosto 2009, Mastrogiovanni è stato dichiarato morto. Durante il ricovero è stato legato mani e piedi a un letto senza un attimo di libertà, mangiando una sola volta all’atto del ricovero e assorbendo poco più di un litro di liquidi da una flebo. La sua dieta per tre giorni e mezzo sono stati i medicinali (En, Valium, Farganesse, Triniton, Entumin) che dovevano sedarlo. Sedarlo rispetto a che cosa non è chiaro, visto che il maestro non aveva manifestato alcuna forma di aggressività prima del ricovero.

Aveva sì cantato, a detta dei carabinieri, canzoni di contenuto antigovernativo, come si addice a un “noto anarchico”, sempre secondo la definizione dei tutori della legge locali. E poi, sì, aveva mostrato disappunto al ritrovarsi imprigionato. Aveva urlato, addirittura, e sanguinato in abbondanza dai tagli profondi che i legacci in cuoio e plastica gli avevano provocato sui polsi. Aveva chiesto da bere, tentato di liberarsi, pianto di disperazione e, alla fine, rantolato nella fame d’aria dell’agonia.

Il personale del San Luca non si è lasciato turbare da questo baccano, come testimoniano le telecamere a circuito chiuso che hanno seguito il martirio del maestro di Castelnuovo Cilento. Queste riprese sono la più schiacciante prova d’accusa di un processo che si avvicina alla sentenza. (…)

La notte precedente il ricovero, il 30 luglio 2009, Franco Mastrogiovanni si trova a Pollica, comune gioiello del Cilento amministrato da un sindaco popolarissimo, Angelo Vassallo. Mastrogiovanni percorre in macchina l’isola pedonale.

I vigili urbani lo segnalano al sindaco dicendo che il maestro guida ad alta velocità e ha provocato incidenti. Non è vero ma Vassallo ordina il Tso. Il provvedimento dovrebbe seguire, e non precedere, i pareri di due medici diversi. Ma tanto basta per aprire la caccia. La mattina dopo, Mastrogiovanni viene avvistato di nuovo in auto e inseguito da vigili e carabinieri. L’uomo arriva al campeggio dove sta trascorrendo le vacanze. Lì rifiuta di consegnarsi e si getta in mare. Per due ore resterà in acqua accerchiato dalla capitaneria di porto, dalle forze dell’ordine e da una decina di addetti dell’Asl. I medici che lo visitano da riva lo giudicano bisognoso di Tso e confermano il provvedimento del sindaco di Pollica benché il maestro in quel momento si trovi in un altro Comune (San Mauro Cilento). Mastrogiovanni ha già subito il Tso nel 2002 e nel 2005. Tra i suoi precedenti figurano anche due periodi in carcere. Uno nel 1999, quando Mastrogiovanni contesta una multa, viene arrestato e condannato in primo grado dalla requisitoria dello stesso Martuscelli che è pm nel processo per la sua morte. Il maestro sarà assolto in secondo grado e risarcito per ingiusta detenzione.

Altrettanto ingiusta la prima incarcerazione, nove mesi tra Salerno e Napoli nel 1972-1973. Il ventenne Mastrogiovanni, vicino al movimento anarchico, finisce dentro per essersi beccato una coltellata nello scontro che si concluderà con la morte di Carlo Falvella, segretario locale del Fuan, l’associazione degli studenti missini.

Nonostante il suo terrore delle divise e i periodi di depressione, Mastrogiovanni ha una vita normale. A metà degli anni Ottanta emigra e va a insegnare a Sarnico, in provincia di Bergamo. Poi torna in Campania, dove le informative di polizia lo marchiano ancora come sovversivo. In realtà, senza rinnegare la militanza passata, Mastrogiovanni non svolge attività politica. Si dedica al suo lavoro e alla passione per i libri. Ma i periodi di carcerazione ingiusta lo hanno segnato.

Quando il 31 luglio 2009 si consegna per il suo ultimo Tso gli sentono dire: «Se mi portano a Vallo della Lucania, mi ammazzano». La previsione è azzeccata.

 

Qui un servizio del locale TgSet sulla vicenda Mastrogiovanni, con la testimonianza di Licia Musto che ricorda le parole pronunciate dal maestro al momento del ricovero forzato e del suo prelievo in ambulanza – dall’account YouTube di Vincenzo Serra

Il 30 ottobre 2012 termina il processo di primo grado, medici condannati e infermieri assolti, per i reati di falso ideologico, sequestro di persona e morte come conseguenza del sequestro di persona. Condanne tra tre e quattro anni di reclusione e interdizione per 5 anni dai pubblici uffici, riconosciute le attenuanti generiche per tutti i medici, equivalenti alle aggravanti.

E proprio ieri si è svolta un’altra udienza del processo di appello per la morte di Francesco, con le arringhe conclusive degli avvocati della difesa che hanno sottolineato come il Dott. Della Pepa “avrebbe svolto un attento e sereno bilanciamento delle situazioni”, non continuando la terapia farmacologica in quanto Mastrogiovanni aveva già assunto 10 fiale di antipsicotico, ecco spiegata la scelta di adottare la “contenzione” per progettere il paziente, una “contenzione blanda, visto che il paziente poteva muovere tranquillamente gli arti e utile ad evitare una possibile caduta dal letto”.

Prossima udienza fissata per il 6 novembre con inizio alle ore 11.

Mentre è in corso il processo di appello la vicenda di Mastrogiovanni diventa un film: “87 ore”.

Si intitola “87 ore” il film documentario di Costanza Quatriglio che racconta gli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni, morto nel reparto psichiatrico dell’Ospedale “San Luca” di Vallo della Lucania il 4 agosto 2009.
“87 ore” verrà presentato a Roma in occasione della prima proiezione pubblica venerdì 6 novembre al Teatro Palladium, in piazza Bartolomeo Romano 8, nell’ambito di ARCIPELAGO – Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini. L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti. Il film è una produzione Doclab, in collaborazione con Rai Tre e con il sostegno del MiBACT. Le musiche sono di Marco Messina e Sacha Rizzi (99 Posse).

 

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lamalattiamentalenonesisteLa malattia mentale non esiste – Antpsichiatria istruzioni d’uso – di Giuseppe Bucalo

“Ciò che è in gioco non è lo stato di salute della vittima designata, ma piuttosto le difficoltà che le sue scelte, le sue idee, i suoi comportamenti pongono a coloro che gli stanno intorno.

 Trasformare questi “conflitti” in sintomi di malattia o di malessere, al di là di quello che ci raccontano e a cui vogliamo credere, non serve a capirli o a risolverli, ma soltanto a negarli, neutralizzando il punto di vista del “disturbatore” e impedendo che possa continuare ad agire.” Qui una presentazione del testo, qui il libro acquistabile on line su Amazon.

Simonetta Zandiri – TGMaddalena.it

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  1. Il film verrà presentato in anteprima venerdì 6 novembre alle 22.00 ad Arcipelago – Festival Internazionale di Cortometraggi e Nuove Immagini al Teatro Palladium, che sarà poi in sala a Roma e Milano dal 23 novembre, e che verrà trasmesso in seconda serata il 28 dicembre da Rai Tre, che con DocLab è produttrice. Un film che è costruito drammaturgicamente sull’uso delle impressionanti immagini delle telecamere che hanno ripreso asetticamente e meccanicamente l’agonia di Francesco Mastrogiovanni. http://www.comingsoon.it/news/?source=cinema&key=51835

  2. I fantasmi di Mastrogiovanni

    Per quale motivo Mastrogiovanni abbia pronunciato quelle parole che oggi suonano profetiche rimane un mistero. Di sicuro conosce quel reparto e ne teme i metodi pre-basagliani: già nel 2002 e nel 2005 aveva ricevuto due trattamenti sanitari obbligatori, gli era sopravvissuto ma forse pensava di non poterne reggere un terzo. Mastrogiovanni aveva sofferto di depressione già in passato, e nessuno riuscirà mai a spiegare quanto abbia influito, sulla sua psiche e pure sul comportamento delle autorità nei suoi confronti, un’altra vicenda terribile: quella che lo vide coinvolto nella morte di Carlo Falvella, segretario del Fuan di Salerno. Accadde la sera del 7 luglio 1972.
    Mastrogiovanni era un giovane studente universitario e insieme a un altro fuorisede cilentano, il ventiseienne Giovanni Marini, imboccò via Velia, una stradina che dal centro storico di Salerno cala verso il lungomare. Entrambi frequentavano i movimenti studenteschi, il padre di Mastrogiovanni si era appena candidato, senza successo, alle elezioni politiche nelle liste del Manifesto che avevano come fiore all’occhiello il ballerino anarchico Pietro Valpreda, ingiustamente incarcerato per la strage di piazza Fontana a Milano. Furono accerchiati da un gruppo di neofascisti, probabilmente perché avevano invaso il loro territorio o perché avevano già avuto uno screzio qualche ora prima, o forse perché erano nel mirino per un’altra vicenda oscura che aveva coinvolto cinque loro compagni di Reggio Calabria.
    Era accaduto un paio d’anni prima, la notte tra il 26 e il 27 settembre 1970. Quel giorno il calabrese Gianni Aricò, la giovane moglie tedesca Annalise Borth, soprannominata “Muki la rossa”, Angelo Casile, Franco Scordo e Luigi Lo Celso erano partiti alla volta della capitale per andare a contestare la visita del presidente degli Stati Uniti Richard Nixon, la seconda in due anni.

    Volevano approfittare dell’occasione per andare a consegnare alla Federazione anarchica italiana un dossier sull’attentato avvenuto il 22 luglio 1970 a Gioia Tauro, quando una carica di tritolo aveva fatto saltare un tratto ferroviario causando il deragliamento di un treno, la morte di sei passeggeri e il ferimento di altri cinquantaquattro. L’episodio era stato liquidato come un “incidente”, ma i cinque “anarchici della Baracca” – com’erano soprannominati dall’edificio che avevano occupato a Reggio Calabria – erano convinti che si fosse trattato di un attentato neofascista, ennesimo frutto avvelenato della strategia della tensione.

    “Il giorno prima di partire per Roma, Gianni mi disse: abbiamo scoperto delle cose che faranno tremare l’Italia”, racconta Tonino Perna, docente di sociologia economica all’università di Messina e attualmente assessore alla cultura nella giunta guidata da Renato Accorinti. Perna era il cugino di Aricò e avrebbe dovuto esserci pure lui, se non avesse dato buca all’ultimo momento, su quella Mini Morris gialla diretta a Roma che alle 23.58 si schiantò contro un autotreno sull’autostrada A1 all’altezza di Ferentino e – secondo chi ama le teorie dei complotti – a pochi metri in linea d’aria da una villa del “principe nero” Junio Valerio Borghese. Nell’impatto morirono tutti gli occupanti dell’auto. Annalise, che era incinta, venne trasportata in ospedale dove morì 21 giorni dopo, senza aver mai ripreso conoscenza.
    La scena del delitto

    All’ipotesi dell’incidente non crederà nessuno dei loro compagni, anche perché all’arrivo del sostituto procuratore di Frosinone il tir era fermo sulla normale corsia di marcia, con tutte le luci a posto e senza danni evidenti. Nel frattempo la scena del delitto era stata ripulita: non c’era più traccia del materiale che i cinque stavano portando a Roma e la polizia aveva sequestrato bloc notes e documenti personali, che non saranno mai più restituiti alle famiglie.

    Cosa avevano scoperto di così scottante i giovani anarchici della Baracca? Secondo Perna, che non ha mai dubitato del fatto che si sia trattato di un omicidio plurimo mascherato da incidente, si trattava di fotografie che testimoniavano i legami tra esponenti di spicco dell’estrema destra italiana, i vertici della ‘ndrangheta e rappresentanti del regime greco dei colonnelli, scattate a margine della rivolta dei “boia chi molla” a Reggio Calabria. Gli anarchici della Baracca erano convinti che ci fosse un piano per destabilizzare il sud Italia in vista del poi abortito golpe Borghese e stavano raccogliendo indizi per avvalorare questa tesi.
    Nei giorni dell’agguato di via Velia, Marini e Mastrogiovanni stavano indagando sul misterioso incidente che aveva coinvolto i loro compagni. Erano partiti dall’unico indizio in loro possesso: l’identità del conducente del camion, un militante neofascista salernitano. Si trattava, ai loro occhi, di una coincidenza a dir poco sospetta, se non inquietante.

    Non è chiaro se si aggiravano quella sera in via Velia perché in cerca di ulteriori indizi. Fatto sta che si trovarono accerchiati da un gruppo di giovani provenienti dalla sede dell’Msi, che è nella stessa strada. Erano gli stessi che qualche ora prima avevano avuto un diverbio con Marini e un suo amico diciassettenne, Gennaro Scariati. I due non risposero alle provocazioni, anzi Mastrogiovanni provò a discutere con loro, ma fu colpito da una coltellata a un gluteo e cadde semisvenuto. Marini reagì, tolse il coltello di mano agli aggressori e colpì a sua volta, uccidendo Carlo Falvella e ferendo all’inguine un secondo militante del Fuan, Giovanni Alfinito.

    Fu una tragedia che entrambi pagheranno duramente. Marini finì in carcere e la campagna per la sua liberazione appassionò l’estrema sinistra italiana. “Difendersi dai fascisti non è reato, compagno Marini sarai liberato”, cantò il Canzoniere del Lazio. Anche Dario Fo, reduce dalla commedia Morte accidentale di un anarchico ispirata alla vicenda di Giuseppe Pinelli, l’anarchico volato da una finestra della questura di Milano, si schierò apertamente a favore della scarcerazione.

    Il processo fu spostato per motivi di ordine pubblico da Salerno a Vallo della Lucania, e al termine Marini fu condannato a dodici anni di carcere per omicidio preterintenzionale aggravato e concorso in rissa. Saranno ridotti a nove e ne sconterà sette, durante i quali si riscoprirà poeta e vincerà il premio Viareggio “opera prima” con la raccolta di poesie E noi folli e giusti. Ma la vicenda di cui era stato protagonista peserà per sempre sulla sua vita, spingendolo all’autoesilio dal movimento anarchico e a un forte disagio psichico ed esistenziale. Scarcerato, sarà impiegato nella sede della comunità montana Vallo di Diano a Padula e poi licenziato per alcune intemperanze. Morirà, solitario e lontano da tutti, a Sacco, il suo paese d’origine nel Cilento, nel 2001.

    Mastrogiovanni sarà accusato di rissa e si farà pure lui alcuni mesi di carcere prima di essere scagionato, ma la vicenda lo segnerà a lungo e forse può contribuire a spiegare la sua idiosincrasia nei confronti delle autorità, le ricorrenti crisi depressive e i timori di essere ucciso. Soprattutto, quanto ha pesato un passato così ingombrante nel comportamento degli agenti, ancora prima che dei medici e degli infermieri, trentasette anni dopo?

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