MassimoNuma

Udienza d’appello giovedì 26 novembre ore 13:30 – Tribunale di Torino – Aula 52

Il 15 gennaio 2015 i due ‪#‎NoTAV‬ accusati dal “giornalista militante” Numa di ingiurie e minacce (una era la sottoscritta) sono stati assolti, le assolute certezze si sono dissolte per anagrafiche ottenute illegalmente o mancanti, insufficienza di prove e contraddittorietà delle prove formulate. Ma il giornalista militante ci riprova e ricorre in appello. Ancora una volta l’ingiustizia corre ad alta velocità, e la prima (e forse l’unica) udienza si terrrà il 26 novembre alle 13:30 al Tribunale di Torino (aula 52). Così un processo che “non avrebbe neanche dovuto svolgersi”, a detta di uno degli avvocati difensori, non solo si è concluso dopo ben sei udienze ma si ripete. Ma che senso ha? Nessuno, se non quello, parrebbe, sembrerebbe (ma noi non ci crediamo) , di ricercare sistematicamente una vendetta per avere intaccato la reputazione del giornalista-militante (come lo definì il suo stesso avvocato in una delle udienze) raccontando puntualmente quella vergognosa vicenda dei messaggini anonimi chiusa, naturalmente, con l’ennesima archiviazione.

Quei messaggini anonimi (ma neanche troppo) che tentarono di cambiare la storia del no tav colpito al volto da lacrimogeno nel luglio 2011

Il 24 luglio 2011 Alessandro L., un 50enne no tav valsusino (un distinguo importante, perché il cattivo-che-viene-da-fuori è accettabile per qualcuno, mentre il cattivo-valsusino cozza con il teorema di Caselli, tanto caro a Numa), fu colpito al volto da un lacrimogeno, riportando fratture multiple di entrambi i seni mascellari, frattura del palato duro, del setto nasale e delle ossa nasali, forse avrebbe potuto passare a miglior vita se non avesse indossato una maschera da verniciatore (per sopravvivere al lancio di lacrimogeni) che ha attutito il colpo. Qualche giorno dopo Alessandro scrisse un messaggio email alla mailing list no tav “assemblea permanente”, chiusa poi nel 2013, ringraziando chi gli aveva espresso solidarietà e dando sue notizie ma ricevette, in privato, l’email di un iscritto alla mailing list che si spacciava per un no tav e che sosteneva di averlo visto cadere di faccia senza mettere le mani, per salvare la videocamera. Una stronzata galattica (scusate il francesismo), che un tal “Alessio, l’amico di Vale” sostiene con eccessiva convinzione, dando della bugiarda alla sottoscritta che, avendo visto e filmato la scena, avevo elementi ben più seri per garantire l’autenticità del racconto di Alessandro, non fosse bastato il referto medico. Ma una rapida ricerca con l’indirizzo IP del mittente porta alla scoperta che quel messaggio è stato spedito da un indirizzo IP che appartiene alla rete interna della “Editrice La Stampa SPA” e la conversazione prosegue con un’email che, probabilmente per errore, il giornalista militante Massimo Numa spedisce direttamente dalla sua casella email @lastampa.it e, naturalmente, dallo stesso indirizzo IP, sempre insistendo (come se proseguisse la discussione del tal Alessio) nel sostenere la sua versione. “Non è vero, sei caduto da solo“. Probabilmente il giornalista ha scelto il suo lato militante e stava tentando di costruire una versione che salvasse lo stato da ogni vergognosa responsabilità addossando ogni colpa alla vittima. Una vicenda oggetto di querela da parte di Alessandro, ennesima querela finita a riempire gli archivi della Procura di Torino, divulgata da un coraggioso articolo del giornalista Carlo Gubitosa su Liberazione.

Liberazione

Alessandro è anche uno dei protagonisti del film di Gaglianone, il documentario “QUI”, purtroppo però non c’è traccia della vicenda di Numa.

A presentare il ricorso in sede civile è nuovamente l’avv. Pierfranco Bertolino che, tra le altre cose, ha rappresentato il SAP (Sindacato Autonomo Polizia), costituitosi parte  civile al maxi processo contro i 53 No Tav. “Condannarsi gli imputati al risarcimento dei danni subiti e subendi dalla parte civile, come da conclusioni presentate all’udienza del 15.01.2015”, si legge nel ricorso. E io che avevo la sensazione di essere stata assolta, mi rendo conto che nella vita non si finisce mai d’imparare, e così scopro che l’assoluzione con quella formula “per inssuficienza e o contraddittorietà della prova” è, purtroppo, appellabile.  Tra i “plurimi argomenti” che l’avvocato del SAP e di Numa porta come motivazione dell’appello troviamo, in primis, l’attendibilità della persona offesa. E già qui ci sarebbe da discutere, ci sarebbe davvero da fare un trattato sulla definizione di attendibilità non tanto della persona, quanto del “giornalista”. Immancabile, poi, la contraddittorietà “intrinseca ed estrinseca” delle mie dichiarazioni. Ovviamente.  “Gravi elementi di incertezza e di dubbio si riscontrano a seguito dell’esame dell’imputata Zandiri all’udienza del 28.03.2014”. Perbacco, non ricordavo tanti elementi di incertezza e dubbio (qui il resoconto di quell’udienza) , e in effetti i fantomatici gravi elementi si limitano alla sfortunata deposizione del teste da me chiamato a mia difesa, probabilmente confuso o emozionato o che ne so, che ricostruì l’episodio con una versione diversa dalla mia, almeno sull’autore della fantomatica telefonata, ma certo non sui contenuti (che dovrebbero contare decisamente di più, visti i capi d’imputazione!).  E tanto basta a rendere la mia dichiarazione poco credibile, a rendere l’altro mio teste della difesa ancora meno credibile, anche grazie al fatto che l’unica prova (il video della telefonata fatta in viva voce) che avrebbe potuto dimostrare la verità al di là di ogni ragionevole dubbio NON E’ STATA AMMESSA, perché, secondo il giudice del primo grado, non era necessario, ai fini dell’assoluzione.  Però mi avrebbe risparmiato l’ennesimo tormentone…
Insomma, basta un teste un po’ incerto e confuso per riaprire il caso, portarmi in civile e chiedere i danni, nonostante l’assoluzione.
E’ probabile che l’udienza di giovedì sia la prima e l’ultima. Almeno per quanto riguarda l’appello, perché non mi stupirei se questa vicenda continuasse. In fondo il giornalista militante ha le spalle decisamente larghe, la sottoscritta, purtroppo, un po’ meno.
Ovviamente, poiché io non sono Erri, non troverete traccia alcuna di questa e di tante altre storie, se non su Tgmaddalena.it.

L’informazione dal basso che resisterà un minuto e un bit più di loro.

A sarà dura.

Simonetta Zandiri

 

 

 

 

This article has 5 comments

  1. Le differenze con Erri vanno ben oltre le spalle larghe. Personalmente trovo che di ampia da parte tua c’è una coscienza e una coerenza militante che ben pochi possono vantare. Ma questo, oggidì, è merce rara e, “curiosamente”, disprezzata da molti altri che di “militante” hanno solo le proprie autoreferenziali credenziali.

  2. Sono due credibilità a confronto: da una parte c’è giornalismo serio ed appassionato fatto di notizie verificate ed opinioni sul merito di queste… dall’altra un pavido trascrittore di veline prezzolato che usa mezzucci infami. Il primo è un giornalismo che non guadagna una lira e scrive su TG Maddalena il secondo lavora alla “busiarda” (se il termine lavoro possa essere usato in questo caso).

  3. Simonetta tutta la mia solidarietà Numa sappiamo benissimo di quali infamie sia capace é un delatore di professione (anche io sono sotto processo per una denuncia del presunto giornalista), ma a me fa molta più rabbia il silenzio assordante del cosidetto movimento notav che si mobilità solo ed esclusivamente quando c’è un ritorno mediatico come nel casi del sionista De Luca. A domani in tribunale. Simone C.

  4. Se la giustizia fosse legalità, andrebbero anche ricercati nel passato l’etica che contraddistingue ambedue i protagonisti. Numa, a tal proposito, sarebbe tra i meno credibili. Purtroppo si continua ad insistere sui mezzi “da tribunale”, cercando cavilli anziché onestà. In questo senso, purtroppo, le spalle larghe non sono una caratteristica fisica bensì conoscenze e protezioni giuste. E le tue, Simonetta, mi sa che non lo sono. Più che contro il concetto di legalità, sarò sempre più contro a chi, politici o pseudo militanti che siano, tale concetto sostiene, e mentre lo acclama riduce in pezzetti insignificanti il concetto di giustizia.
    Ti sono vicinissima.

  5. Assolta! Una bella e buona cosa. Un abbraccio