«SONO stato aggredito ma non ho fatto denuncia. Era l’inizio della stagione 2014/2015. È successo che era trapelata la notizia del mio passaggio in Juve. Sono stato via un annetto per l’invidia che ho percepito nei miei confronti». Due schiaffi dall’amico e leader storico dei Drughi, Gerardo (Dino) Mocciola, e Salvatore Bucci, l’ultras della Juve diventato consulente della società bianconera, figura di contatto fra club e tifoserie, lasciò la città in attesa che le acque si calmassero. Quel gesto rese lampante il rischio che correva e contro chi si stava mettendo: «Prima di andarmene avevo ricevuto due schiaffi da Dino. Qualcuno mi aveva messo in cattiva luce con lui, penso che sia stato Rocco ma non so dire perché io lo abbia pensato».

«Rocco» è Rocco Dominello, l’uomo della cosca Pesce-Bellocco nella curva Scirea, arrestato il primo luglio assieme ad altre 17 persone. E questa è la «confessione » con cui Bucci ha chiuso l’interrogatorio in procura il giorno prima di suicidarsi. Si è gettato dal viadotto dell’autostrada Torino Savona il 7 luglio, e gli uomini della Squadra mobile stanno ricotruendo le ultime ore prima della morte per capire se qualcuno possa averlo indotto a uccidersi. «Non è da lui» ha detto l’ex moglie ai pm: il quarantenne di San Severo aveva fatto della passione per la juve e della militanza nei Drughi, il gruppo ultras più numeroso in curva Sud, il suo lavoro e ne era orgogliosissimo. I pubblici ministeri, Paolo Toso e Monica Abbatecola, titolari dell’inchiesta sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste nella tifoseria juventina, lo avevano convocato per ascoltare la sua testimonianza. Sapevano che Bucci da tifoso aveva gestito il bagarinaggio per conto dei Drughi e che nell’ultima stagione, nella veste di consulente della società, aveva assunto un ruolo ufficiale affiancando lo Slo Juve (Supporter liaison officer) Alberto Pairetto nella gestione dei rapporti con gli ultras. Un incarico ambito che poteva dar noia a chi guadagnava dal business dei biglietti.

Un interrogatorio con tante contraddizioni, il suo: «Non nego di avere venduto biglietti – ha però ammesso – Non è che la Juve li dava, noi chiamavamo e chiedevamo fino a 300 biglietti. Li compravamo a credito e saldavamo successivamente». Un affare illegale sul quale, secondo la procura, la ‘ndragnheta aveva messo gli occhi da tempo. E che la Juventus «tollerava» per garantirsi l’ordine allo stadio, nonostante la regole della giustizia sportiva vietino di vendere più di quattro biglietti a persona. Tutti i gruppi della curva avevano una dotazione fissa di biglietti che contrattavano a inizio stagione. E dal 2012 una nuova figura si era affacciata su questo business, Rocco Dominello. In poco tempo era diventato la figura di equilibrio tra le diverse compontenti: i Drughi, i Viking di Milano, i Bravi Ragazzi, i Tradizione. Gente difficile da trattare anche per gli storici dirigenti della squadra che rischiavano ogni domenica squalifiche per violenze e cori razzisti. Una situazione resa ancora più complicata dal trasferimento allo Juventus Stadium, più piccolo e con meno posti. Fino a quel momento soltanto una figura mitica come quella di Dino Mocciola era riuscita a tenere testa a tutti. Ma Dominello si era fatto largo sia in società sia tra i leader della curva.

«Acquistavo da Bucci anche 300 o 400 biglietti come esponente della sottosezione Canavese dei Drughi » ha raccontato al gip il 4 luglio, dopo l’arresto, Dominello. «Non lo ricordo come responsabile – nega invece Bucci davanti al pm – Lo avrà detto per invidia». Ma, poco dopo, di fronte all’evidenza, è costretto ad ammettere: «Qualcuno effettivamente gliel’ho venduto». «Qualcuno» significa anche 200. La sua testimonianza poteva chiarire alcuni punti oscuri dell’inchiesta. Era stato spettatore dell’ascesa di Dominello in curva e conosceva i suoi

rapporti con la società, forse anche le sue relazioni con la ‘ndrangheta: «Era una figura di equilibrio nelle questioni di ordine pubblico. Rocco aiutava la società a tenere l’ordine». Raffaello Bucci sapeva che l’inchiesta lo avrebbe travolto. Temeva di essere arrestato, lo ha raccontato la sua ex moglie. Ed era certo che avrebbe perso il suo ruolo. «Per me questo lavoro è importante – ha detto ai pm – è la mia passione».

Sorgente: Malavita in curva, l’ultimo interrogatorio dell’ultrà suicida: “Mi han preso a schiaffi” – Repubblica.it

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