Voci di donne sulla violenza di Stato, Susa 14 giugno 2014

Susa 14 giugno 2014, organizzato da Le Alvà della Clarea, una serata emozionante, con le testimonianze delle madri, sorelle e nipoti delle vittime di violenze politiche e di stato e delle donne della Val Susa.
Donne, tante donne, con una forza unica, con una sintonia rara ed un’energia straordinaria, hanno ripercorso momenti di grande sofferenza, hanno pianto, e noi con loro, nel rivivere vicende di omicidi e abusi che le hanno toccate da vicino: un figlio, un marito, un fratello, un amico o sé stesse. Il filo che le univa, al contrario di quanto si potrebbe pensare (poiché parliamo di vittime della violenza di Stato) è quel grandissimo amore che le spinge, oggi, non soltanto a raccontare la verità ma, cosa più importante, a portare avanti quella lotta, ed è il caso della madre di Dax. Ho vissuto queste due giorni alternando momenti di commozione a dialoghi lucidi, razionali. Pur partendo da vissuti, storie e prospettive diverse la sensazione è quella di essere giunti ad un’unica conclusione: non è più possibile affermare la retorica della mela marcia, non è più sostenibile. Può darsi che qualcuno sia ancora indietro nel comprendere la realtà, perché c’è chi continua a fidarsi delle istituzioni sostenendo che individuare la singola mela marcia possa salvare l’albero, vale per il discorso della corruzione, vale per gli abusi commessi da uomini in divisa. Ma quando comprendi che ad essere marcio è l’albero dal quale viene lasciata cadere, di tanto in tanto, una mela, allora sai che smettere di difendere o sostenere quell’albero dipende anche da te. Spiace usare un albero, come simbolo. Perché proprio la natura è la più colpita dalla nostra ingenuità e dalle sue conseguenze.

Nella prima parte l’apertura della serata da parte di Monica Gagliardi, poi l’intervento di Germana, che spiega la nascita del Comitato Madri per Roma Città Aperta, poi la toccante testimonianza di Rosa Piro, la madre di Dax, e infine quella di Stefania Zuccari, che si batte per ottenere verità e giustizia sulla morte del figlio, Renato Biagetti, avvenuta 8 anni fa.

Dopo l’intervento del Comitato Madri per Roma Città aperta si prosegue con altre storie.
In collegamento Skype Ilaria Cucchi, per la drammatica vicenda del fratello Stefano, e Grazia Serra che racconta la morte dello zio, Francesco Mastrogiovanni, che all’età di 58 anni nel luglio 2009 viene prelevato dalle forze dell’ordine e portato nel centro di salute mentale dell’ospedale San Luca, a Vallo della Lucania, per un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). Legato mani e piedi, sedato, disidratato, viene dichiarato morto novantaquattro ore dopo.

“L’ho sentito l’ultima volta alle 13:15, tranquillo, abbiamo scherzato come sempre. ma intorno alle 16 sono arrivati i vigili, mi hanno detto che era stato un incidente.” Così Mariella Zotti viene a sapere dell’improbabile incidente che ha causato la morte del marito, Vito Daniele, per il quale mentre veniva avvisata c’era già, su internet, un comunicato stampa. E’ il primo di una lunga serie di segnali che renderanno questo anomalo incidente l’ennesimo caso di vittime dello Stato. Vito sarebbe scappato dopo il fermo effettuato da un agente della Finanza, e sarebbe quindi stato investito su quel tratto di strada dove c’è una massiccia presenza di tir. Vito viene fermato nei pressi di una galleria e in curva. Successivamente non si sa per quale motivo scende dalla macchina e viene travolto da una bisarca che lo uccide. Vito viene dipinto dalla stampa come un pazzo che camminava lungo l’autostrada. La moglie, Mariella, si batte da allora per sapere come mai suo marito sia morto quel giorno mentre tornava a casa, ma gli è stato intimato di non sollevare un polverone in questa ricerca di verità e giustizia. Alcune persone accorsero sul luogo dell’incidente ma durante il processo nessuno di questi testimoni è mai stato chiamato a testimoniare e alcune prove, come il biglietto dell’autostrada, sono misteriosamente sparite .

“Loro non mi vogliono far parlare, ma io continuerò a farlo, per sempre, e combatterò per gli altri perché la storia di mio marito fa capire a tutti che non è vero che accade solo a una categoria e a un’altra, non è vero che se la vanno a cercare, Vito stava tornando a casa, era un uomo normale, non gli hanno permesso di tornare a casa dai suoi figli e da sua moglie, non li perdonerò mai. Continuerò a raccontare quello che hanno fatto a Vito, alla sua famiglia e quello che continuano a fare. Continueranno a farlo perché nessuno contrasta le loro dichiarazioni, sanno di essere protetti, non hanno paura di sbagliare perché sanno che non pagheranno mai!”.

Il flauto di Chiara distende un po’ l’atmosfera e si riprende con le testimonianze, questa volta dalla Valsusa. Titti ricorda come è stata picchiata con violenza il 29 febbraio 2012, durante lo sgombero dell’autostrada dopo i blocchi improvvisati a seguito della caduta di Luca Abbà dal traliccio, quando ancora non si sapeva se e come sarebbe sopravvissuto a quello che ancora oggi osano definire “incidente”.
Poi c’è il racconto di Franca e di un fermo che farebbe rabbrividire qualunque madre… Sentiremo poi l’avv. Valentina Colletta, del legal team No TAV, che ci spiegherà, anche attraverso la vicenda di Marta e quell’anomala aggressione dei manifestanti che rientravano da un tranquillo corteo in valle, il 25 febbraio 2012, come la questione abusi da parte di forze dell’ordine (e poi della magistratura) sia sistematica, e come non sia accettabile la teoria della “mela marcia”.


Mina era a Genova nel 2001, aveva scelto di dormire alla Diaz. Racconta quella notte, quella sequenza di abusi, ricorda bene che l’agente che si è accanito su di lei aveva scarponi, era tutto imbottito e quello che le ha fatto più paura “è che era totalmente travisato, aveva un fazzoletto rosso che gli copriva il viso”. Ad un certo punto “questi poliziotti si sono ritirati, altri sono arrivati e ho visto il corridoio del primo piano dove c’era gente sdraiata o rannicchiata e c’era sangue dappertutto”, “hanno fatto un corridoio dove dovevamo passare e continuavano a insultarci, picchiarci… così ho capito che io ero parte dei “black block”. Ma la storia non finisce li’, c’è l’aula di giustizia dove si svolge un’altra violenza, 10 anni di processi sempre presidiate dalle forze dell’ordine, svolti in totale omertà, prescrizione e salti di carriera per agenti e funzionari, mentre 10 manifestanti sono ancora in carcere.
La parola passa poi a Cecilia Vergnano, attivista e ricercatrice universitaria, antropologa, che studia da una prospettiva critica la propria società e le relazioni di potere che la costituiscono.
Queste morti, questa sofferenze… sono da inquadrare in un contesto preciso, c’è un legame tra la repressione e quella che loro chiamano crisi e che noi sappiamo essere un’appropriazione violenta delle risorse, un processo di accumulazione e concentrazione della ricchezza in poche mani. C’è una relazione tra come si progetta lo spazio in cui viviamo, grandi opere e lo spazio urbano, e la militarizzazione, il discorso della sicurezza.
Lo spazio è quello che permette e contestualizza il nostro sistema di relazioni, a seconda di come si configura lo spazio noi ci comportiamo in un modo o in un altro. Cita l’esempio di quando nel centro di una città tiriamo fuori la macchina fotografica mentre in un quartiere degradato ci penseremmo due volte prima di tirarla fuori.
Questo perché certi spazi sono concepiti come più sicuri di altri, e il potere gioca un ruolo fondamentale nella definizione di questi spazi. Il disegno dello spazio è uno degli strumenti di cui la politica si avvale. Oltre ad essere strumento di controllo è anche uno strumento di guadagno (grandi eventi, grandi progetti, Expo, i mondiali di Rio)… si disegna lo spazio in modo da generare guadagno, lo stesso vale per la riqualificazione di un quartiere in città, espellendo una parte della popolazione con un basso potere acquisitivo per ricollocare una popolazione con un potere acquisitivo più alto. Speculazione.
Economia nuovi mercati: lo spazio è uno di questo.
La pervasività di tecnologie militari nella nostra vita, senza le quali la nostra vita sarebbe profondamente diversa… (cellulari, microonde, etc.). L’80% degli investimenti che il governo americano fa sulla ricerca li destina all’ambito militare, quando parliamo di violenza pensiamo anche a questo, come funziona l’economia globale. Successivamente queste tecnologie vengono trasportate nella vita civile che è già, di fatto, militarizzata, da tecnologie di controllo continuo, costante, più evidente in certi posti considerati di interesse strategico. Tutti abbiamo esperienza di questa militarizzazione, solo che si presenta nella vita civile in forme difficilmente riconoscibili, per poi esplodere in forma più evidente nei contesti più sensibili. La “cultura della guerra” in questo panorama di economia neo-liberale, ha a che fare con la paura, con la sicurezza, con il discorso manicheo, o bianco o nero, o buoni o cattivi, o stai con noi o sei contro di noi, è la cultura della paura, in cui ci vendono la sicurezza come un bene di prima necessità. Un inganno funzionale al mantenimento di certi interessi, quelli dell’industria militare, della sicurezza, della vigilanza, enormi settori di guadagno in un’economia in crisi. Mercificazione dello spazio, grandi progetti, cemento, e il complesso securitario militare non patiscono alcuna crisi.

 

Breve presentazione dello spettacolo “Avanti il Prossimo” – Teatro in Rivolta, regia di Lucia Falco

Buona visione.
Simonetta Zandiri – TGMaddalena

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