“Sono i nostri ragazzi e noi li proteggeremo sempre” furono le parole di Marisa, storica attivista No Tav di Chiomonte, nella marcia che due giorni dopo gli arresti del 19 luglio 2013 vide decine di persone (ma un solo sindaco No tav ) raggiungere la “zona rossa” ricordando che “siamo tutti no tav”. Giovedì 12 gennaio al tribunale di Torino nell’aula 44 alle 10:00 avrà inizio l’udienza più importante per il processo che vede coinvolti 8 compagni no tav da tutta Italia (Roma, Trento, Potenza, Milano, Torino), con la requisitoria dei PM e la discussione delle difese.

ponte19luglioUna calda estate quella del 2013, dopo un inverno gelido nel quale il ricordo che forse abbiamo più vivo resta quello delle vittorie del movimento cinque stelle alle elezioni del Parlamento nel mese di febbraio,  con “percentuali bulgare” ( in Valsusa), come aveva auspicato il leader del movimento No Tav Alberto Perino  [ qui un articolo su Libre ] . La vittoria pentastellata alle urne non cambiò i piani del partito dell’alta velocità e decine di azioni, tra le quali il sabotaggio della notte del 13 maggio, continuarono a mettere in difficoltà l’apparato che proprio nell’estate aveva previsto di consegnare al cantiere di Chiomonte i pezzi della fantomatica talpa che avrebbe iniziato gli scavi del tunnel geognostico.
Il campeggio estivo fu molto partecipato e, come sempre, centinaia di persone raggiunsero la valle per supportare questa lotta che si trovava ad un punto di svolta, l’area completamente militarizzata suggeriva di attuare azioni di disturbo per intercettare i trasporti della talpa, ma non mancò la tradizionale passeggiata notturna verso il cantiere, annunciata sul sito Notav.info e dunque attesa anche dalle forze dell’ordine e non solo…

Era il 19 luglio 2013, dal campeggio centinaia di persone raggiunsero Giaglione per percorrere ancora una volta insieme quel sentiero che portava al cantiere. L’appuntamento era per le 21, con l’invito a portare “pile e  bandiere”.  Alle 16:30 l’account Twitter di Notav.info annunciava la presenza di posti di blocco sulle statali, alle 21:30 la diretta sullo stesso sito annunciava la partenza del corteo con centinaia di persone. Alle 22:06 era già chiaro che le forze di polizia fossero uscite dalle reti, attestate al ponte. “Si preannuncia una lunga notte“, era il commento nella diretta su Notav.info. In realtà fu una notte molto più lunga del previsto.

Mentre centinaia di No Tav erano in marcia 14 persone erano in stato di fermo presso la questura di Torino, fermate mentre cercavano di raggiungere la valle. Questo fu il comunicato della questura: “I mirati controlli hanno consentito di identificare 175 persone sospette, transitanti sulla viabilità della bassa Valle di Susa a bordo di numerose autovetture. Nella sola giornata odierna sono state identificate 124 persone. Molte di queste, anche provenienti da altre città italiane, erano già note ai servizi info-investigativi per essersi evidenziate nel corso di disordini legati al TAV, oltre che in altre manifestazioni del Capoluogo“. (…) “14 persone sono state accompagnate presso gli uffici della Questura per ulteriori accertamenti, essendo state trovate in possesso di svariati capi di abbigliamento tutti di colore rigorosamente nero, di passamontagna ed altri accessori idonei al travisamento, nonché di maschere antigas. La loro posizione è attualmente al vaglio”.

Sono le 22:52 quando il corteo giunge quasi a destinazione ma si divide in due tronconi, il primo procede verso il ponte  presidiato dalle forze dell’ordine e l’altro prende la via delle montagne.  Alle 23:30 l’autostrada viene chiusa al traffico e poco dopo si scorge del fumo all’altezza dell’imbocco della galleria di Giaglione, alcuni pneumatici erano stati incendiati, nel frattempo la polizia supera il ponte ma i manifestanti mantengono la posizione a poca distanza.
Dopo la mezzanotte “iniziano i botti in val clarea“, stando alla ricostruzione nella diretta di Notav.info.

Pochi minuti e vengono lanciati i lacrimogeni, “diversi mezzi della polizia attestati all’altezza dell’uscita dell’autostrada ma i poliziotti non sono per ora usciti dai mezzi che rimangono fermi”.
Fu una trappola studiata nei minimi dettagli, “Guerriglia No Tav“, titolava il giorno dopo Il Giornale – Piemonte, “In Valsusa stavolta vince lo Stato“.

Il 19 luglio  2013 dirigevano le operazioni Petronzi e Lavezzaro. Presenti nel cantiere anche i PM Rinaudo e Padalino.

 

“Ci siamo trovati di fronte ad un’azione di pura violenza”, disse l’allora capo della DIGOS, Giuseppe Petronzi, che insieme alla dottoressa Rosanna Lavezzaro aveva condotto l’operazione di quella notte.

A chi segue con una certa costanza questi blog i nomi di Petronzi e Lavezzaro sono noti, ma per chi si fosse perso dei passaggi proviamo a riassumere le vicende che coinvolgono due figure in carriera (di recente, infatti, sono stati entrambi promossi a questori). L’allora capo della Digos, Petronzi, testimoniò proprio il 19 luglio 2013 al maxiprocesso che sirosannalavezzaro svolgeva in aula bunker contro 53 No Tav per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio 2011. Le domande dell’avvocato Novaro sull’episodio degli arresti e delle violenze sui manifestanti non trovarono che vaghe risposte “non so, non ricordo, non mi risulta”. In piena sintonia con la memoria corta che parve successivamente turbare anche l’ex Prefetto Di Pace che, sulla stessa vicenda, disse addirittura di non “essere a conoscenza di arresti effettuati il 3 luglio“.

Anche Rosanna Lavezzaro aveva avuto un ruolo che l’avvocato Novaro tentò con ogni mezzo a disposizione di fare emergere in più sedi, e che finì nell’ennesimo nulla di fatto, in quella che lo stesso avvocato definì “una rete di reticenze ed omertà” nella sua arringa al maxiprocesso in primo grado e che riprese nuovamente in appello. Cinque manifestanti, il 3 luglio, furono arrestati (uno successivamente rilasciato), malmenati e trascinati per decine di metri e nei video girati dalla polizia scientifica si vedeva una donna che indossava una camicia bianca (poi la stessa si vede indossare una giacca…), ed era proprio la dottoressa Lavezzaro.
Ecco cosa disse nella sua arringa l’avv. Novaro sulla vicenda: “Il teste Lavezzaro … con camicia bianca e qualcosa in mano, forse una radio, di fronte alle immagini che la ritraggono dice che indossava una camicia bianca ma che ha sempre tenuto addosso una giacca, quindi non pensa di essere lei… Mi sarei fermato li’ ma i nostri consulenti hanno scandagliato i vari filmati e ora vi farò vedere cos’abbiamo trovato… rispetto alla Lavezzaro. Intanto la Lavezzaro si trova molto spesso nel cuore della vicenda in particolare nei diversi arresti. La vedete qui con la giacca… la vedete sulla destra e si mette la famosa giacca di cui ci ha parlato. Quindi il soggetto che a questo punto compare è la signora che aveva la camicia bianca e la giacca beige e i comportamenti delle persone che doveva controllare non sono particolarmente ortodossi…Vedete, ci sono un sacco di lanci di pietre, lei  è uno dei dirigenti ma nessuno….  (…) C’è una rete di reticenze… qui è il corpo dell’arrestato ad essere esposto a pubblico ludibrio e pestato ripetutamente, io credo di non dover dire più di tanto ma credo di dover segnalare questa rete di silenzi che ha contornato questa vicenda, che ricorda la vicenda di Di Berardino, anche lui le aveva prese… ma non è stato arrestato perché non si sono trovati fatti da addebitargli. … Io ce l’ho con chi mente a dibattimento e con chi NON INQUISISCE CHI MENTE….

 

La trappola: pubblici ministeri Rinaudo e Padalino tra le forze dell’ordine al cantiere nella notte del 19 luglio 2013.

 

PM Rinaudo e PadalinoOra che abbiamo capito chi coordinava, quella notte, l’operazione di polizia, teniamo presente che al loro fianco, per la prima volta spettatori di un attacco “premeditato e paramilitare” (come lo definisce IL GIORNALE del 20/07/2013), c’erano i pubblici ministeri Rinaudo e Padalino che seguono la maggior parte dei processi ai No Tav. Il titolo dell’articolo a firma Massimo Numa pubblicato su La Stampa il 21 luglio riportava quello che fu il leit motiv della campagna stampa che continuò ad insistere sulla presenza di “attivisti da tutt’Europa a Chiomonte”, evidenziando come tra gli 11 arrestati “non ci fosse nessun valsusino”.
Torniamo a quella notte, botti e sparo di lacrimogeni.
Era chiaro che i blocchi avrebbero costretto i manifestanti a prendere altri sentieri, noti alle forze dell’ordine che da ormai due anni avevano sotto controllo il cantiere ed i boschi che lo circondano.  I feriti tra i manifestanti furono decine, la conta fatta dal movimento si fermò a 63 , fu chiaro che quella notte le forze dell’ordine attuarono una strategia diversa, ed alla conferenza stampa del 20 luglio un esponente del centro sociale Askatasuna dichiarò: “Un tempo difendevano il cantiere da chi tentava di tagliare le reti, poi hanno cominciato a cercare di tenere lontano chi voleva avvicinarsi. Ora, invece, attaccano nei boschi”.

Le forze dell’ordine quella notte avevano bloccato i sentieri, lasciando che i manifestanti finissero in un imbuto, poi hanno caricato, con quella che molti hanno definito “una manovra a tenaglia”.  Nove i fermati, otto furono arrestati. Marta Camposano, fu tra i fermati, poi denunciata a piede libero per resistenza (processata separatamente, e assolta), ma la parte che più dovremmo ricordare della vicenda di Marta fu la sua denuncia degli abusi (anche sessuali) subiti da parte di alcuni agenti mentre era in stato di fermo. Lasciamo che sia la sua testimonianza a raccontarvi i fatti di quella notte.

Per il 21 luglio (2013) la parte più istituzionale del movimento aveva annunciato una marcia al cantiere, con la partecipazione di sindaci e amministratori No Tav, contravvenendo al limite imposto dall’ennesima ordinanza che impediva l’accesso all’area.  Ma il 20 luglio, dopo la lunga notte, alla conferenza stampa organizzata dalla Questura, emerse il duro quadro accusatorio, con un capo d’imputazione di quasi due pagine parzialmente riportato nell’articolo su La Stampa il 21 luglio. Gli arrestati…”Con più azioni esecutive di un medesimo disegno crimonoso, in concorso… dopo essersi radunati in postazioni prestabilite, indossando abbigliamento di colore scuro per rendersi meno visibili, travisati con maschere antigas, caschi e foulard che occultavano il viso avanzando protetti da scudi bianchi e divisi in piccoli gruppi che si disperdevano nelle aree circostanti il cantiere… con metodologia da guerriglia incendiavano copertoni e altro materiale all’interno della galleria Giaglione dell’autostrada A32 direzione Nord… altri gruppi lanciavano e comunque utilizzavano pietre, bottiglie , molotov, bengala, razzi di segnalazione, artifizi pirotecnici resi più offensivi dall’impiego di tubi.. sì da rendere il lancio più potente e creare pericolo per le persone, con l’aggravante dell’essere stata la violenza e la minaccia commessa da più di dieci persone”.

Oltre a questo, agli imputati è stato contestato anche il reato di possesso di “arma da guerra”, riferito alle molotov sequestrate dopo gli incidenti.
Le dure dichiarazioni ai giornali di esponenti politici noti sostenitori dell’opera ebbero evidentemente effetto sulla manifestazione preannunciata per il 21 luglio, nella quale l’unica sindaca presente fu Loredana Bellone, di San Didero.  Nilo Durbiano, sindaco di Venaus, definito da La Stampa “storico militante no tav”, diede forfait.
Ma insieme ai tanti attivisti in marcia nella zona rossa c’erano anche i rugbysti che da anni organizzano tornei per raccogliere fondi per la cassa di resistenza, in solidarietà con gli imputati.
“Si parte e si torna insieme”, “sono tutti valsusini” dissero i No Tav che il 21 luglio violarono l’ordinanza raggiungendo il cantiere. E’ il momento di mantenere la parola.

Appuntamento domani, 12 gennaio, al tribunale di Torino, aula 44, per la requisitoria dei PM e la discussione delle difese.

A sarà dura.

Simonetta – TGMaddalena.it

 

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