Nei giorni scorsi i giornali hanno dato ampio risalto all’incontro fra il presidente della Regione Piemonte Chiamparino e la neosindaca di Torino, Chiara Appendino. Tema: la Città della Salute, la sua realizzazione, i problemi sul tappeto, le divergenze progettuali e programmatiche e tanto altro ancora, sinteticamente espresso durante la recente campagna elettorale proprio dalla neosindaca torinese. Sintetizzando le conclusioni dell’incontro, almeno per come i giornali ce le hanno servite, sembrerebbe che la Appendino abbia accettato di riconsiderare la sua posizione anche in cambio di un impegno economico di Chiamparino, 100 milioni per la bonifica dell’area ex-Avio. Chi sia anche solo minimamente avvezzo a soppesare le dichiarazioni dei politici, specie quando promettono soldi, si sarà certamente posto qualche domanda aggiuntiva al mare di dubbi che circonda l’operazione “Parco della Salute dell’Innovazione, della Scienza e della Ricerca”, così come il governo regionale la viene approntando. Vediamone alcune.

Di chi è l’area, perché deve essere bonificata e da cosa, a chi tocca farlo e pagare l’operazione? Ad eccezione di una piccola porzione, l’area è di proprietà della Regione Piemonte. La acquistò – mediante triangolazione fra IPI Investimenti  e un imprenditore rampante in moda a quel tempo – con DGR 14-11340 del 23 dicembre 2003, poi perfezionata con DGR 14 giugno 2004, n. 14-12730 . Ecco chi è la IPI e come riassume la sua storia sociale:  “IPI viene fondata a Torino nel 1970 e fino al 1984 svolge attività di intermediazione immobiliare […]. Nel 1984 IPI diventa il braccio operativo del Gruppo Fiat nel settore immobiliare, occupandosi di valorizzazione e sviluppo di aree e fabbricati, intermediazione, gestione e consulenza immobiliare a favore di tutto il Gruppo Fiat. Nel 2004 Fiat cede IPI, e nell’estate 2009 la Famiglia Segre di Torino ne acquisisce il controllo, fino a possederne, a oggi, oltre il 93% del capitale sociale.” Dunque, trattavasi di uno dei tanti affari fra le pubbliche amministrazioni locali e  la FIAT, già in fase di delocalizzazione e smobilitazione. Infatti venderà IPI subito dopo aver concluso la transazione milionaria grazie ai buoni uffici di un immobiliarista che allora andava molto di moda nel milieu politico piemontese, il sig. Luigi Zunino. Lui aveva acquistato da IPI l’area per 26 milioni 211 mila euro, poi con un colpo di bianchetto, aveva scritto il nuovo prezzo per la Regione: 51 milioni 450 mila, il doppio! Dato che era un’area industriale in fase di riconversione, dunque inquinata, necessitava di bonifica. Infatti, già nel contratto di compravendita (art. 4) le parti prevedevano che entro 60 giorni dalla firma del compromesso l’Arpa avrebbe dovuto analizzare il terreno e gli immobili per formulare le osservazioni del caso. Se si fosse resa necessaria una bonifica dell’area, IPI SpA si impegnava a spendere 10 milioni di euro (poi diventati 20) per dare alla Regione un’area “a posto”.

Se l’importo della bonifica fosse risultato maggiore, l’accordo così continuava: “Qualora l’esito della caratterizzazione dovesse determinare l’onere di bonifica dell’area oggetto di acquisto […] in una somma superiore a 10 milioni di euro (poi 20), obbligo di ridefinire con la proprietà I.P.I. il riparto dei rispettivi oneri finanziari e, in difetto di accordo in tal senso, reciproca facoltà di risolvere il contratto preliminare con la restituzione dell’acconto versato […]”. Dunque, oltre i 10 milioni si apre una trattativa e, se la Regione o IPI non ci stanno, il contratto di cessione/acquisizione può essere denunciato e l’acconto reso nullo con le restituzione della caparra versata.

Si trattava di un pacco, uno dei più clamorosi in quella storia infinita di “collaborazione pubblico-privato”, inventata dalla politica per riciclare dirigenti, aree e immobili che al privato non servono più e dove, di solito, il privato mette i soldi che gli dà il pubblico. Quest’ultimo, per buon peso, si accolla anche gli oneri delle gestione futura, di solito passivi clamorosi. Che di pacco si trattava se ne accorsero gli uffici della Regione quando si videro recapitare il contratto fra IPI e Zunino bianchettato. Richiesero copia originale e interpellarono l’Agenzia Territoriale che aveva redatto la perizia, così scoprirono la truffa e fecero partire le denunce. Della vicenda se ne occupò anche la Corte dei Conti nel 2012 quando chiese alla Regione per quale motivo avesse speso 4,5 milioni di euro per bonificare l’area del grattacielo quando le operazioni sull’area nel suo complesso erano a carico del venditore, sempre richiamando La DGR di fine 2003.

Il piano di bonifica complessivo è stato preparato nel 2014, ma non risulta che siano stati appaltati i lavori per l’esecuzione, lo si apprende dalla risposta. Perché? Costruire un piano di bonifica di un’area comporta il rispetto di procedure che variano a seconda della destinazione degli edifici che ci si costruiscono: lievemente più blande se si tratta di edifici dove le persone permangono solo per una parte della giornata (es. uffici, immobili industriali), decisamente più hard quando gli edifici sono residenziali o, come nel nostro caso, addirittura a destinazione sanitaria. Un piano che va bene, anche nei costi, alle destinazioni pensate 12 anni fa, oggi potrebbe non essere più adeguato e richiedere interventi ben più pesanti e costosi. Oramai la proprietà di allora è fuori -d’altra parte nel contratto di vendita c’era chiaramente scritto che l’area sarebbe stata bonificata per ospitare ancora industria  –  tutto l’onere della bonifica ricade sulla Regione… e per dieci volte la cifra stimata allora, almeno stando alle promesse che Chiamparino ha appena fatto alla sindaca di Torino. Un esempio mirabile di quella collaborazione virtuosa fra pubblico e privato di cui ogni tanto di dice.

La sanità piemontese è tuttora collocata all’interno di un “piano di rientro” che pone vincoli draconiani alla spesa, proprio per realizzare l’obiettivo di una progressiva riduzione del debito stellare accumulato negli ultimi 15 anni.  Inutile dire che questa condizione è alla base di limitazioni a spese anche urgenti e a iniziative di miglioramento del servizio a vantaggio dei cittadini: dal debito bisogna pur rientrare ed è meglio fare qualche sacrificio in più adesso piuttosto che continuare a ipotecare il futuro di un settore fondamentale del governo regionale e che assorbe i 4/5 del suo bilancio. 100 milioni non sono bruscolini, come mai questo improvviso allentare i cordoni della borsa in un regime come quello attuale? Da dove li prende Chiamparino e/o tagliando cosa?

Soprattutto, però una considerazione sorge (quasi) spontanea. L’assessore alla Sanità, a proposito di Città della Salute, continua a parlare di una realizzazione attuata mediante un parternariato pubblico/privato, modalità di cui finora in Italia non si riesce a trovare un esempio di successo. Ogni volta si è trattato di bagni di sangue onerosissimi per il pubblico e per tutta la durata del contratto, un giro in Veneto aiuterebbe a capire l’entità del disastro.  Come si vede, perfino l’acquisizione dell’area ha scatenato procedimenti giudiziari e prodotto contratti capestro per l’ente pubblico, immaginarsi il seguito. Perché, anche alla luce delle ritrovare disponibilità economiche della Regione, non pensare a fare della Città della Salute il primo intervento pubblico, finanziato interamente con risorse pubbliche, magari anche condotto con procedure trasparenti e verificabili? Chi scrive non è un nostalgico dell’IRI, ma le esperienze recenti e passate ci raccontano una storia nella quale il privato chiede mutui alle banche per realizzare opere in parternariato; poi  il pubblico paga le rate del mutuo e anche il profitto del privato. Se la Città della Salute non diventasse questo, sarebbe davvero il segno di un Piemonte che cambia strada.

*Mariano Turigliatto, già sindaco di Grugliasco e consigliere regionale del Piemonte

Sorgente: La Salute della Città – LOSPIFFERO.COM

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