Cronaca di disumanità dalla fortezza Europa.

Testo e foto di Barbara Capone

Sono in viaggio verso Francoforte, un viaggio di lavoro, ho una riunione alla quale devo prendere parte. Le ultime cose da finire, decido di andare in treno cosi da avere modo di studiare qualche dettaglio ancora.

Parto da Vienna, da Hauptbahnhof.

È una delle due stazioni dove l’intervento di accoglienza dei rifugiati è stato nel corso degli ultimi mesi più vivo.

Arrivo alla stazione in anticipo, mi guardo attorno e non trovo più la situazione di emergenza che avevo visto prima delle elezioni quando era difficile non incappare in gruppi di persone distrutte da un lungo viaggio percorso a piedi in circostanze inimmaginabili, circondate da sorridenti volontari che offrissero loro cibo e coperte. C’è una calma apparente, quasi non fosse la stessa città.

Cerco il binario, il mio biglietto dice ‘Frankfurt HPB’ ma sul monitor lo stesso treno, l’IC22 delle 14:44 che parte dal binario 9 lo da per Dortmund. Guardo interdetta il monitor, cerco un dipendente delle ÖBB, le ferrovie Austriache, per chiedere conferma, e mi tranquillizzo, il treno è quello giusto, sto andando nella direzione giusta. Un ragazzo probabilmente turco mi si avvicina anche lui perplesso chiedendo se il treno per Francoforte sia lo stesso dato per Dortmund, rispondo che credo di si, e rimaniamo ad aspettare vicini al binario 9, ognuno di noi immerso nei propri pensieri.

Si susseguono un poco di treni, all’altoparlante spiegano che ci sono stati dei ritardi dovuti a rallentamenti all’estero, e lascio scivolare l’informazione, immersa nel mio timore di sbagliar treno.

Nella quiete del binario, noto un ragazzo andare avanti ed indietro nervosamente sulla banchina, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno. Porta un giubotto arancione fluorescente. C’è una scritta: “Train of Hope”.

È uno dei volontari della associazione che si sta prendendo cura del flusso di rifugiati alla stazione di Hauptbahnhof.

Seguo i suoi movimenti e vedo il suo sguardo incontrare quanto stesse cercando, sorride e fa un cenno. Mi giro, e noto un gruppo sparuto di persone accompagnate da altri volontari in giubbotto. Uomini, donne, bambini che portano negli occhi migliaia di chilometri, lo sguardo perso di chi ha lasciato una terra che chissà se rivedrà, di chi si trova catapultato in un mondo alieno che non capisce.

Mi guardo attorno e noto che sulla banchina c’è un dispiegamento di polizia. Conto almeno una decina di poliziotti dietro di me, nota stridente con il calore umano che emerge dalla cura con cui i volontari si stanno prendendo cura del loro gruppo di persone. Il treno si avvicina e vedo i ragazzi in giubbotto dare un biglietto rosso ad ognuno dei membri dei loro gruppi. Spiegano che il biglietto è importante, che va tenuto a vista.

Seguo tutta la scena da lontano, mentre cerco di capire sempre interdetta se il treno sia il mio, e su quale vagone salire. In lontananza gli abbracci tra i ragazzi dal gilet arancione ed i gruppi che hanno accompagnato e salgo sul treno.

Ho sbagliato vagone e mi ritrovo ad attraversare tutto il treno. Salgo sul vagone 30, devo arrivare al 21. Mi incammino. Prima classe, seconda classe, vagone ristorante si alternano, e nel camminare noto sedute qua e la alcune delle persone che avevo visto accompagnate dai volontari di Train of Hope. Penso con un sollievo nel cuore che questo sarà l’ultimo passo del loro lungo viaggio e che stanno finalmente raggiungendo la Germania verso la quale sono diretti. Guardo i loro visi stanchissimi e provati e non posso non pensare al viaggio che li abbia portati su questo treno. Vado avanti, arrivo nel mio vagone. Trovo il mio posto e accanto a me, due sedili più avanti, siede uno dei gruppi che mi aveva colpito sul binario.

Un bimbo, una donna, due uomini. Sono seduti con l’aria spaesatissima. Si guardano fissi, l’uno seduto di fronte all’altro, e tengono il biglietto rosso stretto, strettissimo in mano.

Il treno parte, prendo un libro, mi metto a lavorare un poco, con la mente che non riesce ad allontanarsi dalle tre file più avanti, che non riesce a non cercare di immaginare l’inimmaginabile, quel viaggio che ha portato uomini e donne ad abbandonare ogni cosa per ritrovarsi in una terra aliena, che parla una lingua che non conoscono, con un biglietto rosso stretto in mano.

Ci si avvicina alla prima stazione, sale il controllore, chiede i titoli di viaggio. Tutto regolare. Mi alzo per prendere una cosa in valigia e mi colpisce come quel gruppo spaurito ed esausto continui a tenere il biglietto strettissimo in mano, come fosse una sorta di arma di difesa che li proteggerà durante il viaggio.

Il vagone è semivuoto, il viaggio prosegue. Passano le ore e ci avviciniamo alla Germania. Lo noto perché perdo la connessione dati sul telefono, e sul monitor appare il logo della compagnia telefonica tedesca. Una voce annuncia che stiamo per arrivare a Passau, una delle prime fermate che il treno farà. Non presto particolare attenzione all’informazione, continuo a fare ciò che sto facendo, senza quasi più pensare alle persone che erano salite con me.

Il treno si ferma in stazione, alzo lo sguardo e vedo salire poliziotti armati. Si guardano intorno, percorrono rapidamente il vagone e si distribuiscono. Una donna poliziotto vicina a me, un uomo alla fine del vagone, un ragazzo percorre i sedili.

Ci scrutano e a chiunque non abbia tratti somatici chiaramente autoctoni viene chiesto con tono autoritario “passaporto? Ce l’hai il passaporto? Dove è? Fammelo vedere? Non lo hai? Prendi la tua roba e scendi!”. Non è dato di rispondere, il terrore negli occhi di chi si trova davanti una forza dell’ordine armata intimante di scendere da un treno. Non sono chiesti titoli di viaggio, nulla. Passaporto. Si, bene. No. Fuori. E giù dal treno ci sono altri poliziotti, a loro volta armati, ad aspettare. Al ragazzo indiano seduto accanto a me, riservano questo trattamento due volte. Lui il passaporto lo ha, ma lo controllano tutti e tre i poliziotti.

Iniziano a far scendere una, due, tre, quattro persone attorno a me. Una dopo l’altra. Silenti e terrorizzati si alzano e scendono, ubbidiscono senza dir nulla.

Mi alzo di scatto, pensando alla famiglia con il bimbo che siede nel mio vagone seduta pochi posti più avanti. Non parlano, alzano il biglietto, continuano a mostrare il biglietto rosso al poliziotto che ripete “Passaporto? Prendete le vostre cose e giù!” Nel mentre la persona che siede al sedile davanti a me mostra il proprio passaporto e la poliziotta rincara la dose con “Visto? Hai il visto? No? Prendi la tua roba e scendi!” Ed io mi chiedo che visto possa avere una persona che viene da una terra senza stato.

In piedi mi avvicino alla poliziotta e le chiedo cosa stiano facendo, siamo in una Europa unita, queste persone sono salite su un treno in uno stato europeo, che sta succedendo, dove hanno intenzione di portarli, che cosa sarà di loro? Ci sono degli accordi con la Germania per l’accoglienza dei rifugiati, che sta succedendo? E come unica risposta ottengo uno stridente “Le cose sono cambiate. Ora si sieda”.

Nessuno dei passeggeri attorno a me sembra essere minimamente turbato dall’accaduto. Ognuno rimane preso dalla propria attività, immerso come se non esistesse un mondo attorno. Più di metà delle persone che erano salite sul nostro vagone sono state costrette a scendere in una stazione buia, con un freddo indicibile.

Scendono i poliziotti, portate via tutte le persone che erano salite con Train of Hope a Vienna, il treno riparte. Resto in piedi attonita, mi guardo attorno. A voce alta dico “Questo non è possibile, ma avete visto cosa è successo?? Non è possibile” e in risposta un ragazzo spagnolo dietro di me dice “le cose ora sono così”, e il pluri-perquisito ragazzo indiano rincara la dose con un poco di amarezza “sai.. i siriani..”.

No non ci sto non è possibile. Cerco un punto nel treno in cui ci sia un minimo di segnale, mi attacco in roaming e cerco di contattare chiunque, chiunque possa avere informazioni, chiunque possa avvertire che ci sono dei rastrellamenti della polizia sui treni e che le persone vengono prese, fatte scendere e portate non si sa dove. Scrivo quanto accaduto, allego delle foto scattate dopo aver avuto la discussione con la donna poliziotto, ho segnale pessimo e non riesco fare altro se non a chiamare amici che so che potranno smuovere le acque e cercare almeno di avvertire chi si prende cura di queste donne, uomini e bambini che hanno percorso un viaggio della disperazione di migliaia di chilometri lasciando dietro le loro spalle ogni cosa avessero. Continuo a vedere gli occhi di quel bimbo sul mio vagone che tiene stretto il biglietto e lo mostra al poliziotto insistentemente mentre la mamma raccoglie i pochi bagagli, costretta a scendere. Eccolo, eccolo il biglietto, eccolo, sembra dire al poliziotto.

Risuona nelle mie orecchie il silenzio, il silenzio urlato di quel vagone dove nessuno ha detto nulla.

Dopo ore di tamtam, riusciamo a contattare i volontari di Passau ed i volontari di Train of Hope, che al mio racconto rispondono che sta capitando che le persone vengano costrette a lasciare i treni a Passau, città che si trova sul versante Austriaco del confine tra Austria e Germania. Qui i rifugiati vengono registrati e smistati e si ritrovano a dover aspettare giorni prima di poter riprendere il viaggio.

Nel mentre si riesce a contattare il posto di passaggio di Passau, che conferma il fermo ed il riconoscimento dei rifiguati che erano sul treno.

Il viaggio prosegue. Alla fermata successiva a Passau il vagone si riempie di doppiopetti, portatili e tablet. La società bene si è riappropriata dei suoi spazi, in un silenzio urlante. E il rosso di quel biglietto del treno lascia posto ad un film su un tablet di lusso.

Il treno si avvicina a Francoforte. Mi alzo per prendere la valigia. In alto, sulla porta del treno, una scritta rossa “herzlich willkommen an Bord”: benvenuti a bordo.

 

Sorgente: Cronache disumane da Passau | Q CODE Magazine

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