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Il 9 febbraio si terrà al Tribunale di Torino il processo d’appello relativo al secondo filone della vicenda compressore per i fatti del 14 maggio 2013.

Francesco, Graziano e Lucio, ancora ai domiciliari, saranno presenti a Torino alla (probabilmente) unica udienza di cui si comporrà questo appello, sarà un’occasione per riabbracciarli e per dare vita a momenti di solidarietà importanti, creativi e, nonostante le circostanze, anche belli.
Qui l’evento su Facebook.

La parola a Francesco, Graziano e Lucio:

Difficilmente in un processo la magistratura ha giocato così a carte scoperte come ha fatto in quello che ha coinvolto i 7 No Tav accusati di terrorismo. È stato chiaro fin dal suo principio con le dichiarazioni fatte dall’allora procuratore della Repubblica Caselli all’indomani degli arresti del 9 dicembre 2013, nelle quali invitava la politica a non lasciare da sola la magistratura, ma ancora più cristallino è stato il procuratore generale Maddalena chiamando in causa direttamente nelle aule di tribunale Renzi, e più in generale tutta la classe politica che avrebbe dovuto fare quadrato non solo sulla decisione di portare a compimento il Tav, ma anche (per ovvia conseguenza) attorno alla qualificazione giuridica che l’ardita procura tornese ha cercato di contestare agli arrestati. Le invocazioni della magistratura alla classe politica sottintendono una volontà di affermazione dello Stato all’interno della società attraverso una sua maggiore coesione d’intenti e di azione.

Cerchiamo di spiegarci meglio: l’azione della magistratura non è stata solamente dettata dalle “normali” finalità conservatrici proprie della repressione; conservatrici nel senso proprio della parola in quanto è funzione costitutiva della repressione ristabilire e riaffermare l’ordine sociale di fronte alle offese che esso subisce. In questa vicenda i magistrati hanno voluto giocare un ruolo più attivo, portando la loro azione su un piano offensivo, cioè volto ad allargare i confini legali dell’azione dello Stato, limitando dunque quelli delle altre forze presenti nella società. È stato lo stesso Maddalena nella sua requisitoria a ricordare come non sia possibile creare una discrasia tra ciò che è legittimo e ciò che è legale, e nemmeno tra ciò che è legale e ciò che è giusto. Mettere in dubbio queste equivalenze significa porsi oltre i margini della società dato che essa viene fatta coincidere con lo Stato, in una parola: essere eretici. Non sembra inappropriato l’utilizzo di tale terminologia dal sapore religioso visto che le posizioni portate avanti dai magistrati ricordavano la massima di quel santo che sosteneva che non poteva esserci salvezza al di fuori della chiesa.

Questa è la posta in gioco che una parte degli uomini e delle donne dello Stato ha cercato di vincere, un allargamento spropositato del potere dell’ordine costituito e la riduzione a mera testimonianza di tutte quelle idee ed opinioni ad esso contrarie.

Insomma, non una posizione vagamente conservatrice, ma una vera e propria impostazione reazionaria fatta da chi ha sufficienti strumenti tra le mani per promuoverla e vederla consolidata. Non dubitiamo infatti che gli articoli figli della legislatura d’eccezione (il 270 sexies è solo uno di una famiglia in continua espansione) continueranno a proliferare e perfezionarsi se non controbilanciati da un’adeguata risposta delle lotte sociali. La situazione di crisi e paura, in cui non di poco conto è il ruolo giocato dai media, è un ottimo terreno su cui lo Stato tende a coltivare i propri frutti più velenosi, da ultimi potremmo citare l’introduzione del pacchetto antiterrorismo in Italia e quello ancora più pervasivo che si è visto all’opera in Francia e in Belgio. Senza dimenticare che lo stesso clima è utile non solo a sperimentare nuovi innesti, ma anche a togliere dalla polvere strumenti repressivi “d’annata” quali la sorveglianza speciale e il reato di devastazione e saccheggio, tirati fuori dal nucleo più arcaico del codice Rocco, ma utilissimi nel fronteggiare anche le lotte odierne.

Il movimento di solidarietà generato dall’arresto dei 7 sembra aver ben compreso questo tentativo di messa al bando del conflitto sociale, e ha messo in atto iniziative che hanno certamente contribuito alla sconfitta, seppur parziale, delle tesi della procura di Torino, e quindi di quel tentativo di avanzamento da parte del dominio.

Presidio1Un recente testo pubblicato in rete (ndr: Tornanti) cerca di fare il punto sulle criticità e sulle potenzialità emerse dalla solidarietà espressa a chi ha subito e subisce la repressione, solidarietà che vede in prima fila il movimento No Tav, anche se esso non è stato la unica componente. Fra le potenzialità è da evidenziare il supporto e la vicinanza a chi era in carcere che ha permesso la costruzione di situazioni di lotta che hanno riempito di significato quell’atto di sabotaggio per il quale 7 persone sono state accusate e condannate.

La solidarietà è riuscita a tenere colpo anche al di là dell’emotività generata dal momento dei primi arresti (dov’è stata comunque, e comprensibilmente, più alta), e ha seguito gli arrestati anche nel corso di un lungo processo e di un altrettanto lunga carcerazione. Sebbene con tutti i limiti e i cali di tensione fisiologici di cui si è detto, non è stata cosa da poco vedere solidali affollare le aule di tribunale anche a distanza di quasi 3 anni dai fatti contestati. Altre situazioni di lotta portate a processo non possono, purtroppo, registrare una tale tenuta; primo fra tutti il processo per i fatti del 15 ottobre 2011 che, nonostante la massiva partecipazione alla giornata, hanno visto ben poche e generose persone muoversi in supporto degli arrestati.
Anche i processi relativi al movimento dell’Onda hanno seguito la medesima sorte, anche se, ovviamente, l’elenco non si esaurisce qui.

Diversamente è stato per la solidarietà sviluppata e dispiegata per il processo per terrorismo, complice forse anche l’enormità e la sproporzione delle accuse. La repressione ha trovato di fronte a sé un amalgama di individui, gruppi e movimenti sufficientemente organizzati, motivati, consapevoli e connessi da tenere in piedi un movimento di solidarietà anche al di là della fiammata emotiva che l’arresto di una o più persone tende a generare. È un punto di forza che va valorizzato ed espanso perché è grazie a questa organizzazione, questo esserci dentro le situazioni, questo essere presenti nei momenti cruciali della lotta e anche in quelli della repressione che è stato possibile incontrarsi, discutere, allargare il proprio orizzonte di lotta e sperimentare nuove forme di resistenza e socialità, in definitiva di aumentare le potenzialità.

E con questo spirito e per queste ragioni che invitiamo tutti e tutte alla partecipazione all’udienza d’appello a carico di Francesco, Graziano e Lucio, a processo nel secondo spezzone repressivo del sabotaggio al cantiere del 14 maggio 2013.

Per dimostrare una volta in più che la forza di un movimento in lotta sta nell’ affrontare la repressione e non lasciare indietro chi viene colpito.

UDIENZA D’APPELLO PER GRAZIANO, FRANCESCO E LUCIO

9 FEBBRAIO 2016, ORE 9

TRIBUNALE DI TORINO, AULA N°49

CORSO VITTORIO EMANUELE, 130

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This article has 4 comments

  1. Sbaglio o il sig. Notav é più partecipe al processo del Barbiere “evasore” che ai compagni agli arresti? Quando la lotta è nimby prima o poi arrivano le compensazioni. O no?

  2. Simo’, ma pensa alla salute!

  3. Marina io penso alla salute cerhto ma é chiaro che Perino e soci pensano alle compensazioni e pure senza vergognarsi…del resto tutti tacciono pure sulla società Plano/esposito/scibona…tutti insiemeba tutta compensazione

  4. Pingback: 9 febbraio, al tribunale di Torino sentenza appello per Lucio, Francesco e Graziano e udienza processo per tentata opposizione ad una retata